WASHINGTON, 27 febbraio 2006 (IPS) – Secondo un recente rapporto di Human Rights Watch (HRW), la brutale contro-insurrezione che dura da tre anni condotta dal governo sudanese e dalle milizie arabe in Darfur ha oltrepassato i confini del Ciad, dove decine di migliaia di civili sono stati messi in fuga dalle loro case.
Secondo un rapporto basato su una ricerca effettuata tra gennaio e febbraio, molte delle tattiche che dal 2003 hanno provocato la deportazione di circa due milioni di persone e ucciso dai 200.000 ai 400.000 membri di tribù africane nel Darfur, sono state utilizzate in raid oltre confine, soprattutto dalle milizie arabe in Ciad – note come Janjaweed – a partire dalla metà di dicembre.
”Il governo del Sudan sta attivamente esportando la crisi del Darfur ai suoi vicini: fornisce supporto materiale alle milizie Janjaweed e non riesce a disarmarle o a controllarle”, ha dichiarato Peter Takirambudde, responsabile di HRW Africa a New York.
”I Janjaweed stanno facendo in Ciad quello che hanno fatto nel Darfur dal 2003; uccidono civili, bruciano villaggi e saccheggiano il bestiame con attacchi evidentemente ispirati dal pregiudizio etnico”, ha dichiarato Takirambudde.
Secondo il rapporto intitolato “Il Darfur sanguina: le recenti violenze attraversano i confini del Ciad”, la violenza oltre confine ha reso più urgenti i crescenti appelli delle Nazioni Unite ad ampliare lo scarso contingente dell’Unione Africana (Ua) già presente in Darfur, equipaggiato con 7000 osservatori, dando loro un mandato molto più forte per proteggere la popolazione civile e disarmare i Janjaweed e le forze alleate dei ribelli del Ciad.
Il rapporto si inserisce in una rinnovata attenzione internazionale al Darfur, soprattutto per via dello stallo delle trattative di pace ad Abuja, in Nigeria, tra Khartoum e diversi altri gruppi di ribelli del Darfur, per un deterioramento della situazione verificatosi la scorsa estate, e per il dilagare del conflitto nel Ciad orientale.
Guidato dalle delegazioni Usa e Gran Bretagna, il Consiglio di sicurezza dell’Onu ha recentemente deliberato di accelerare la decisione Onu di spedire e ampliare il contingente di controllo Ua in Darfur per una maggiore protezione dei civili, come sollecitato per mesi dalle numerose organizzazioni non governative (Ong) umanitarie e per i diritti umani e dalle agenzie internazionali, nonché da Jan Pronk, inviato speciale del Segretario Generale Onu Kofi Annan.
Tuttavia, la maggior parte degli analisti ritiene che ci vorrà almeno un anno perché l’Onu possa effettivamente aumentare le truppe – stimate in 20.000 – necessarie per sorvegliare la regione controllata dalla Francia. I politici hanno pertanto discusso la possibilità di inviare una “forza di collegamento” guidata dalla NATO e dall’Ua, che potrebbe svolgere lo stesso compito fino all’arrivo della missione di pace delle Nazioni Unite.
Dopo il recente incontro del presidente Bush con Annan, questa possibilità è divenuta quasi reale; grazie alla crescente pressione del Congresso che sollecita un’azione più decisa contro quello che lo stesso Bush ha definito “genocidio” più di un anno fa, il presidente ha pubblicamente approvato l’idea.
”Ho affrontato l’argomento con Kofi Annan”, ha dichiarato durante un incontro in Florida. “Credo però che si debbano richiedere gestione, pianificazione, agevolazioni e organizzazione NATO, e probabilmente servirà raddoppiare la missione di pace presente oggi, per iniziare a dare un certo senso di sicurezza”. Bush non ha precisato se la NATO fornirà un maggior supporto logistico, come avvenuto finora, o se avrà un ruolo più decisivo nella missione di pace. Il Dipartimento di Stato ha successivamente escluso un ruolo delle truppe Usa che vada oltre il supporto logistico.
Quasi due milioni di persone – virtualmente membri di diverse grandi tribù africane – sono attualmente profughi in Darfur, molti dei quali in campi non sempre del tutto sicuri e senza la possibilità di provvedere al proprio sostentamento. Altre 220.000 persone circa sono fuggite attraverso confine nel Ciad orientale, e in 200.000 vivono nei campi profughi.
Il nuovo rapporto accusa Khartoum di sostenere sia le milizie Janjaweed, ritenute responsabili dei raid nel Ciad, che i gruppi di ribelli con base nel Darfur, i cui schieramenti negli ultimi mesi sono stati eliminati a causa del malcontento nei confronti del presidente Idriss Deby e del suo progetto di un terzo mandato elettorale a maggio.
Secondo il rapporto, i raid dei Janjaweed sia sui campi profughi che contro gli africani del Ciad sembrano essere coordinati con gli attacchi dei ribelli. Il rapporto cita inoltre testimoni oculari di attacchi dei Janjaweed eseguiti con l’aiuto delle truppe sudanesi e di elicotteri armati.
Si sa che almeno due comandanti Janjaweed coinvolti nelle violenze in Darfur hanno condotto attacchi anche nel Ciad orientale.
L’intervento del Sudan negli affari interni del Ciad non sarebbe una novità; lo stesso Deby era in Darfur quando ha lanciato l’offensiva conclusasi nel 1990 con la rimozione del suo predecessore Hissene Habre. Il Ciad ha anche occasionalmente aiutato i ribelli sudanesi. Gli stessi gruppi etnici – sia africani che arabi – si trovano su entrambi i lati del loro confine comune.
L’HRW stima che più di 30.000 civili del Ciad sono profughi interni a causa della violenza, per la maggior parte membri di gruppi etnici africani sistematicamente presi di mira anche dai raid dei Janjaweed nel Darfur occidentale. Come nel Darfur, i profughi hanno subito nuovi attacchi cercando di tornare a casa.
Gli arabi del Ciad, d’altra parte, non sono stati attaccati né dai ribelli del Ciad né dai Janjaweed, nonostante il rapporto faccia notare che alcuni hanno attraversato il confine in Sudan, temendo forse rappresaglie locali da parte di comunità africane con milizie organizzate autonomamente.
Dalla metà di dicembre, gli attacchi si sono intensificati, provocando la morte di molte persone e costringendo alla fuga decine di migliaia.
L’amministrazione Deby ha duramente protestato contro i raid, dichiarando anche uno “stato di belligeranza” con il Sudan alla fine di dicembre, quando i due paesi avevano iniziato a schierare le rispettive truppe sul confine. Le consultazioni ad alto livello ospitate dalla Libia si sono concluse con l’annuncio che ciascuna parte avrebbe interrotto ogni aiuto ai gruppi di ribelli, ma, come evidenziato dall’HRW, impegni simili in passato non sono mai stati mantenuti.
La situazione, secondo il rapporto, implica seri problemi per l’amministrazione Deby, già presa di mira dalla Banca Mondiale e da altri donatori per aver deviato decine di migliaia di dollari dalla sua fiorente industria petrolifera, dirottandoli da un credito dedicato alla riduzione della povertà verso le forze militari e di sicurezza.
La diffusione della violenza in Ciad potrebbe anche avere conseguenze disastrose. Malgrado buona parte della zona orientale del paese abbia avuto un ottimo raccolto, i profughi non potevano tornare a casa per il raccolto, né avere accesso ai depositi alimentari, mentre l’acqua in alcune aree diventava pericolosamente scarsa.
In alcune zone della regione, le organizzazioni di aiuto internazionali hanno sospeso le operazioni a metà dicembre, e il grande impegno militare tra l’esercito del Ciad e le forze ribelli potrebbe avere come conseguenza “una massiccia interruzione del flusso di aiuti a centinaia di migliaia di rifugiati e civili del Ciad nella regione”.