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SVILUPPO-INDIA: Cresce il PIL, aumentano le disuguaglianze

NEW DELHI, 3 febbraio 2006 (IPS) – Che primo, secondo e terzo mondo coesistano in India è un fatto noto da tempo. Una nuova ricerca accademica avvalora questa tesi, ma parla anche di un “quarto mondo”, rimasto indietro in questo paese con un miliardo di abitanti, che aspira a diventare un leader globale.

Anche se il prodotto interno lordo (PIL) cresce in maniera impressionante, gli autori del primo “Rapporto sullo sviluppo sociale” del paese avvertono che, con un’economia liberalizzata 15 anni fa, differenze e disuguaglianze si sono acuite e squilibri regionali si sono allargati al punto che l’instabilità sociale è divenuta una seria minaccia.

Il volume di 225 pagine, diffuso recentemente dall’autonoma Commissione sullo sviluppo sostenibile (CSD) e pubblicato dalla Oxford University Press, discute essenzialmente questioni relative alla povertà e alla disoccupazione, con una raccolta di oltre 170 “rapporti di sviluppo” sull’India.

Tuttavia, gli autori si concentrano sulle sfide nei settore di sanità, istruzione, amministrazione urbana, condizione femminile, relazioni pubbliche, integrazione sociale, disuguaglianze, mobilità della popolazione, decentralizzazione e sicurezza sociale – usando fatti sensazionali basati interamente sulle statistiche ufficiali.

Mentre la percentuale di poveri sulla popolazione totale è scesa dal 55 per cento del 1973-74 al 26 per cento al cambio di secolo, il progresso è stato significativo solo in tre stati — Punjab occidentale (dal 28 per cento al 6 per cento), Haryana settentrionale (dal 35 per cento al 9 per cento) e Kerala (dal 60 per cento al 13 per cento).

D’altra parte, in tre stati poveri dell’India orientale, il tasso di povertà è calato molto più lentamente – dal 66 per cento al 47 per cento in Orissa, dal 62 per cento al 42 per cento nel Bihar e dal 51 al 36 per cento in Assam.

In Punjab e Haryana, il sesso dei bambini rivela uno strano indice percentuale, con un'alta incidenza di feticidio femminile, che in India sarebbe illegale. Sotto i sei anni di età, in Punjab il rapporto è di 796 femmine per ogni 1000 maschi, in Haryana le bambine sono 808 e in un altro stato ricco, il Gujarat occidentale, sono 837 – classico caso di confusione tra indicatori economici e sociali.

Il rapporto evidenzia anche la distribuzione della povertà nella società indiana gerarchica, che resta distribuita su gruppi tradizionalmente svantaggiati della popolazione, comprese tribù e dalits (i cosiddetti intoccabili) . Nel 1999-2000, queste classi svantaggiate contavano il 75 per cento del totale di poveri in India.

Mentre l’India conta il 17 per cento della popolazione mondiale, le statistiche rivelano che il 36 per cento dei poveri del mondo che sopravvive con meno di un dollaro Usa al giorno vive in quel paese, così come il 68 per cento dei lebbrosi e il 30 per cento dei tubercolotici. Sul totale di decessi per malattie che potrebbero essere prevenute con vaccinazioni infantili, l’India conta il 26 per cento. ”I problemi sociali dell’India contemporanea sono il risultato di un complesso legame tra i fattori di esclusione e inclusione che sono radicati nella storia, nei valori e nei principi etici del paese”, sostiene l’esperto in scienze sociali Amitabh Kundu, capo redattore del volume.

”Molti di questi problemi sono basati su politiche di segregazione che non sono state affrontate dalle strategie di sviluppo intraprese dai successivi governi”, ha aggiunto. “Il tasso di povertà è sicuramente sceso, ma non uniformemente e lo stesso può dirsi per la diffusione dell’istruzione primaria e della sanità”.

”Le politiche di globalizzazione e liberalizzazione economica hanno compromesso il ruolo delle più disparate norme sociali e, mentre l’apparato dello stato avrebbe potuto contrastare le forze di esclusione, ha invece mantenuto vive le roventi tensioni sociali”, ha commentato Muchkund Dubey, ex diplomatico di carriera e attuale presidente del CSD.

In tema di politiche avviate, il governo ha iniziato a diminuire, se non a ritrattare, il proprio dovere costituzionale di fornire beni pubblici in aree cruciali come istruzione, sanità, servizi igienici e alloggio”, ha aggiunto Dubey, denunciando il risultato come “un grave deterioramento nelle condizioni dei più poveri ed emarginati”.

I vari capitoli del volume descrivono la società indiana come sempre più polarizzata, non solo lungo le linee delle classi sociali, ma anche attraverso i confini regionali e statali. “Se negli anni ’90 il rapporto tra stati più ricchi e più poveri era di circa 1 a 3, oggi è quasi arrivato a 1 a 5”, sostiene N J Kurian, membro del comitato editoriale.

Denunciando il sonnolento divario tra disposizioni politiche e attuazione dei programmi, Neera Chandhoke, docente di scienze politiche all’Università di Delhi, sostiene che le strategie di governo “rivolte ai poveri sono state indiscriminatamente generalizzate” e che la situazione si è fusa con la “crescente corruzione e la cattiva gestione delle già scarse risorse”. Secondo Chandhoke, i casi di Punjab e Haryana indicano chiaramente che “la crescita economica non porta necessariamente allo sviluppo sociale” e che “la relazione spesso suggerita tra democrazia e sviluppo sociale è piuttosto inconsistente”.

L’esperto in scienze sociali Amit Bhaduri ha commentato: “L’India è un successo politico e un fallimento economico, nonostante la crescita del PIL sia arrivata all’otto per cento, perché nel paese ci sono dai 280 milioni ai 300 milioni di persone che vivono in gravissime condizioni di povertà”.

L’India, con i suoi folli contrasti, continua a confondere la gente. Le sue città brillano e le sue elite descrivono il paese come una superpotenza della conoscenza. È una nazione con 17 lingue sulle banconote. Un rapporto realizzato nell’aprile del 2004 dalla Goldman Sachs, società leader nei servizi finanziari con sede negli Stati Uniti, riferisce che “l’India è spesso descritta come un paese di contraddizioni. Quest’idea si spiega con la diffusa affermazione che l’India conta, sulle percentuali mondiali, quasi un terzo degli ingegneri di software e un quarto degli affamati”.

Nel paese coesistono sistemi politici ed economici tra i più disparati, che comprendono le diverse forme di feudalesimo, capitalismo e socialismo.

Tuttavia, la buona notizia è che l’India ha vinto la sfida di chi dichiarava che un paese così profondamente diviso non potesse sopravvivere come un’unica nazione. Dopo l’indipendenza nel 1947, l’India non solo è rimasta unita, ma si è distinta come uno dei paesi del mondo con la crescita più rapida.