HONG KONG, 17 dicembre 2005 (IPS) – Un meeting di alto profilo per l’eliminazione delle barriere commerciali globali in ambito internazionale è quello iniziato martedì, tra le tensioni di paesi industrializzati e nazioni in via di sviluppo. I contrasti riguardano il generoso contributo che le nazioni ricche concedono ai loro agricoltori, chiedendo allo stesso tempo ai paesi in via di sviluppo di aprire ulteriormente i propri mercati a merci e servizi.
Migliaia di partecipanti hanno animato Hong Kong per le consultazioni dell’Organizzazione mondiale per il commercio (OMC), il cosiddetto “Doha round”, che prende il nome dalla capitale del Qatar, dove nel 2001 è iniziato il dialogo. Il “Doha round” costituisce un ambizioso progetto che trasformerebbe le modalità del commercio globale del XX secolo: liberalizzare completamente il mercato per ridurre o eliminare le tariffe a livello globale, lasciando campo libero alle multinazionali.
Alcune zone centrali della città sono state bloccate al traffico, mentre una manciata di hotel di lusso hanno chiuso al pubblico per ospitare le riunioni di ministri del commercio, uomini d’affari e leader della società civile, in occasione dei sei giorni dedicati alle vacillanti consultazioni.
Unendosi ai funzionari provenienti dai 149 paesi qui rappresentati, migliaia di oppositori hanno dichiarato che il progetto è stato concepito dai paesi industrializzati a vantaggio delle loro compagnie, con scarsa attenzione ai costi sociali e ambientali, sia a casa propria che nel mondo in via di sviluppo.
Fuori dalla zona di sicurezza, migliaia di protestanti e attivisti tra ambientalisti, sindacati di lavoratori e studenti e organizzazioni di agricoltori hanno dato vita a contestazioni, tra cui diverse marce e una grande manifestazione.
Mentre si riunivano in città, molti portavano striscioni di denuncia contro le consultazioni dell’OMC, appendice dell’egemonia occidentale. Anche prima che iniziassero queste consultazioni, in centinaia hanno protestato in strada, accusando l’accordo di aver impoverito agricoltori e lavoratori, e danneggiato l’ambiente nelle nazioni ricche e in via di sviluppo.
In testa all’agenda dei ministri, vi è un conflitto commerciale tra Stati Uniti, Europa e Giappone da una parte, e pesi massimi regionali dei paesi in via di sviluppo come Brasile, Egitto e India dall’altra, in merito alla misura dei contributi che le nazioni ricche assicurano ai loro agricoltori.
La disputa ha inasprito l’atmosfera durante la preparazione dei meeting, con la diffusa convinzione che le consultazioni sarebbero state deviate. Malgrado le intense trattative, i diplomatici commerciali non sono finora riusciti a sbloccare l’impasse.
Gli Usa, prima economia mondiale e probabilmente principale beneficiaria dell’apertura dei mercati, sostiene di aver proposto un accordo globale per tagliare i propri contributi e tariffe, e rianimare il dialogo. Washington, tuttavia, ha accusato l’Europa di ostacolare le consultazioni, non rispondendo con tagli sufficientemente ampi.
Contrariamente a Washington, che annuncia riduzioni del 90 per cento, l’Europa sostiene di poter abbattere il suo contributo solo del 45 per cento circa, concedendo agli Usa e agli altri paesi un accesso limitato ai propri mercati; gli europei affermano che la loro decisione sui contributi è regolata da leggi e accordi interni all’Unione Europea (Ue).
È probabile che le nazioni ricche decidano di ripartire in piccole quantità un pacchetto di incentivi per i paesi meno sviluppati, per salvare la faccia qualora le consultazioni fallissero.
Il pacchetto comprenderebbe accesso esente da dogana e da quote per i paesi più poveri, soprattutto per le esportazioni di cotone dall’Africa occidentale, e maggior aiuto e preparazione al commercio.
Alcuni attivisti hanno chiamato il “pacchetto di sviluppo”, come viene oggi propagandato dai diplomatici commerciali di Stati Uniti ed Europa, un’esca per rompere la recente intesa tra le nazioni povere emersa in occasione dell’ultimo giro di consultazioni a Cancun, Messico, nel 2003, contro la pressione dei paesi ricchi.
Tra le forti proteste della società civile, molte nazioni in via di sviluppo sono scese in piazza a Cancun, obbligando alla sospensione delle consultazioni, dopo che i paesi ricchi avevano rifiutato di rivedere gli ingenti sussidi ai loro agricoltori.
”Un’azione su questioni importanti per i paesi in via di sviluppo, come il cotone, gli aiuti al commercio e l’accesso esente da dogana e da quote sarebbe la benvenuta, ma in quanto parte di un accordo più generale, che tenga conto del grave danno causato dalle politiche agricole dei paesi ricchi”, ha dichiarato Phil Bloomer, esperto commerciale dell’organizzazione di difesa e aiuto Oxfam International. “Non deve essere uno ‘zuccherino’ per coprire il gusto amaro di un pessimo accordo globale”.
Paesi in via di sviluppo, come Brasile e India, protestano perché i sussidi colpiscono gli agricoltori poveri, spingendo i prezzi sempre più in basso. Chiedono inoltre che le nazioni ricche modifichino le loro norme anti-dumping, responsabili, secondo loro, di alzare le tariffe e introdurre altri ostacoli alle loro esportazioni, come per agrumi e acciaio.
Altro oggetto di contenzioso alle consultazioni dell’OMC sono gli aiuti alimentari Usa, attaccati da Europa, Canada e altri paesi che li considerano “agroaffari” camuffati da contributo alle esportazioni.
Gli attivisti sostengono che gli aiuti alimentari Usa, intrapresi nel 1954, continuano ad essere spinti dalla motivazione di smaltire grosse eccedenze di cereali e conquistare nuovi mercati.
Sono arrivati in forze gli inviati di aziende e industrie Usa ed europee, molti dei quali pretendono di esercitare pressioni sui responsabili delle decisioni, perché aprano nuovi mercati ai loro prodotti, soprattutto su piazze evolute come Cina, India e Brasile. Agricoltura a parte, i paesi ricchi si battono per convincere le nazioni in via di sviluppo ad impegnarsi in accordi sull’accesso ai servizi e al mercato industriale.
”Sembra che la gente dimentichi che i prodotti manifatturieri costituiscono il 75 per cento del commercio mondiale, e che non possiamo raggiungere un accordo senza tener conto dell’effettiva liberalizzazione del mercato destinata anche a merci industriali e servizi”, ha dichiarato John Engler, presidente della Associazione nazionale industriali manifatturieri, grande gruppo industriale Usa.
Un rappresentante del gigante del software Microsoft, ha parlato all’IPS chiedendo di mantenere l’anonimato, e ha ammesso che il suo mandato a Hong Kong è di “rimanere il più vicino possibile ai responsabili delle decisioni”, con lo scopo di “indurli ad aprire nuovi mercati”.