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SVILUPPO: Il microcredito, speranza e illusione

NAZIONI UNITE, 23 agosto 2005 (IPS) – Muhammed Yunus, fondatore del movimento per il microcredito, lo ha descritto una volta come “un programma per mettere la questione dei senzatetto e dell’indigenza in un museo, così che un giorno i nostri figli lo visiteranno, e chiederanno come abbiamo potuto permettere che una cosa simile proseguisse tanto a lungo”.

Le Nazioni Unite hanno dichiarato il 2005 anno del microcredito, e il governo delle Filippine ha annunciato che il microcredito avrebbe rappresentato la pietra angolare delle sue politiche contro la povertà.

Ma dopo 30 anni, non è ancora chiaro se il microcredito risponda effettivamente ad alcune delle istanze più elevate di coloro che lo propugnavano per ridurre la povertà. La controversia ruota intorno all’efficacia del modello di mercato neoliberista, laddove alcuni ricercatori si chiedono se l’aumento del reddito mediante il lavoro autonomo possa risolvere i problemi strutturali della povertà.

I programmi di microcredito estendono i piccoli prestiti, spesso di soli 75 o 100 dollari, alle persone molto povere, in particolare le donne, per avviare o ampliare un’impresa nella speranza di aumentare i profitti. Il prestito viene generalmente restituito in un arco di tempo che va dai sei mesi a un anno.

Il microcredito è cominciato negli anni ’70 in Bangladesh, quando la Grameen Bank ha iniziato a concedere piccoli prestiti a persone troppo povere per avere una garanzia e chiedere un prestito ad altre banche. La Grameen ha un alto tasso di restituzione dovuto, in gran parte, ai suoi meeting settimanali e gruppi di monitoraggio reciproco.

I programmi di microcredito più efficaci seguono questo modello e sono integrati da corsi di salute e educazione per assistere chi chiede un prestito per la sua piccola impresa, sperando di risollevarsi lentamente dalla povertà, fornendo capitale e formazione.

Dominic Sasia Malusi, che ha ottenuto un prestito e possiede un supermercato in Kenya, racconta la sua storia finita bene: “Da quando avevo 11 anni, volevo essere un’imprenditrice. Con i prestiti dell’istituzione di credito keniota K-Rep ([Kenya Rural Enterprise Program), ho potuto realizzare i miei progetti di impresa”.

È chiaro che il microcredito funziona per qualcuno. Non è chiaro fino a che punto funziona, e per chi. Alcuni studiosi ritengono che il microcredito sia solo applicabile ai “poveri benestanti” e a coloro che hanno un qualche accesso all’educazione, poiché chi richiede un prestito deve avere capacità verbali matematiche e un senso di imprenditorialità per farcela.

“Lo sradicamento della povertà non è un processo semplice, lineare. E la microfinanza non è una soluzione facile. È un progetto sul lungo periodo ed è solo una componente dello sradicamento della povertà”, ha commentato all’IPS Christina Barrineau, del Programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo (UNDP).

Le statistiche sulla capacità del microcredito di ridurre la povertà non sono chiare. La Grameen Bank, per esempio, ha condotto uno studio sul suo stesso programma, scoprendo che ha tolto dalla povertà il 5 per cento dei partecipanti ogni anno, dimostrandosi uno strumento efficace contro la povertà.

Ma un altro studioso ha contestualizzato questi dati. In Bangladesh, dove la banca opera, i programmi di microcredito raggiungono circa il 20 per cento della popolazione – probabilmente una delle maggiori percentuali nel mondo. Ma ciò significa ancora che appena l’1 per cento della popolazione totale del paese può uscire dalla povertà ogni anno grazie al microcredito.

Mentre questo uno per cento esce dalla povertà, la popolazione aumenta dell1,8 per cento. L’effetto complessivo dei programmi di microcredito è perciò tenere a bada l’indigenza, piuttosto che sconfiggerla.

Ciò ha portato alcuni accademici, come Khandakar Q. Elahi e Constantine Danopolous, a suggerire che il microcredito si limita ad aiutare le persone che vivono nella povertà, non a liberarle da essa.

“Aiutare le persone in situazione di povertà non allevia in modo sostanziale la povertà”, hanno dichiarato in un articolo del 2004, intitolato “Microcredito nel Terzo Mondo”, pubblicato dall’International Journal of Social Economics.

L’espansione del microcredito è un altro punto controverso. Se i programmi di microcredito raggiungono un’alta percentuale della popolazione, allora dovrebbero avere un effetto sull’eliminazione della povertà.

Ma un rapporto dell’Onu del 2004 sul microcredito osserva che “le popolazioni che sono geograficamente disperse o hanno un’alta incidenza di malattie non dovrebbero essere potenziali clienti della microfinanza”. Settori che spesso vivono nella maggiore povertà, come le aree rurali o i paesi seriamente colpiti dall’epidemia dell’Aids, non beneficiano del microcredito.

Molti, dall’interno delle istituzioni di microfinanza, affermano che il microcredito non funziona per chi vive nella povertà estrema. Anne Hastings, direttrice di un’agenzia di microcredito ad Haiti, commenta i limiti del microcredito:

“Stiamo di fatto raggiungendo la metà superiore di coloro che vivono nella povertà”, ha detto. “Per i più poveri fra i poveri, che sono la maggioranza ad Haiti, adesso sappiamo che il microcredito da solo non è la soluzione. Al contrario, finisce per essere un peso”. In altre parole, il microcredito può rendere i poveri ancora più poveri, offrendo loro un prestito che non possono restituire.

Se il microcredito non è in grado di raggiungere i più poveri, può servire ad aumentare le disuguaglianze, risollevando alcuni settori della popolazione e lasciandone altri molto più indietro.

La popolarità del microcredito tra gli operatori per lo sviluppo rappresenta una maggiore fiducia nei progetti di sviluppo basati sul mercato, piuttosto che in quelli gestiti dallo Stato.

Tuttavia, uno studio della Banca Mondiale di Shahidur R. Khandker suggerisce che entrambi sono necessari per combattere la povertà. Dalla ricerca è emerso che gli investimenti per migliorare le infrastrutture in Bangladesh erano almeno altrettanto efficaci nei costi rispetto al microcredito, generando un aumento dei consumi tra i poveri rurali. I programmi come la riforma agraria hanno avuto statisticamente lo stesso esito positivo, o maggiore, del microcredito. Un rapporto sulla riforma agraria dell’Istituto filippino per gli studi sullo sviluppo (Philippine Institute for Development Studies) ha rivelato che, nelle Filippine, questa riforma è stata statisticamente due volte più efficace nel combattere la povertà rispetto al microcredito (in base al confronto con le statistiche della Grameen Bank).

Eppure, Barrineau sostiene che il microcredito è uno strumento efficace per vincere la povertà.

“Senza servizi finanziari forti ed efficienti, le persone povere hanno scarse possibilità di aumentare la loro ricchezza, ma non è di certo l’unica cosa importante – e in alcuni casi la microfinanza può essere l’ultimo strumento di cui hanno bisogno”, ha detto.

“Ad esempio, in periodi di grave crisi, un prestito o un conto di risparmio può non essere molto utile. La microfinanza dovrebbe far parte di una strategia nazionale a lunga scadenza per la crescita e lo sviluppo, per rafforzare e consolidare il proprio settore finanziario e l’economia”.