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AMBIENTE-AMERICA LATINA: Un modello fatale

CITTA’ DEL MESSICO, 16 giugno 2005 (IPS) – Le medicine usate in America Latina e Caraibi contro i mali dell’ambiente non ottengono l’effetto sperato, e sembra difficile che la regione adempirà all’impegno di garantire la sostenibilità ambientale tra il 2015 e il 2020,
uno degli otto Obiettivi di sviluppo del millennio (MDG).

La situazione è preoccupante per la regione, che concentra quasi la metà delle foreste tropicali e sette dei 25 ecosistemi più ricchi del mondo, secondo il documento “Obiettivi di sviluppo del millennio: uno sguardo da America Latina e Caraibi”, presentato la scorsa settimana in Cile dalla Commissione economica per America Latina e Caraibi (Comisión Económica para América Latina y el Caribe, Cepal).

La maggior parte degli indicatori relativi all’obiettivo di garantire la sostenibilità ambientale “mostrano un grave degrado ambientale, tanto dell’ambiente naturale quanto di quello costruito, il che significa scarse possibilità di raggiungere gli obiettivi fissati”, afferma il documento.

Gli otto obiettivi del millennio furono adottati nel 2000 dalla comunità internazionale come una piattaforma di sviluppo per ridurre radicalmente la povertà e le disuguaglianze nel mondo, a partire dall’anno di riferimento 1990. Il primo obiettivo è dimezzare la percentuale di popolazione indigente e affamata, entro il 2015.

Il settimo obiettivo – garantire la sostenibilità ambientale – prevede tre traguardi specifici:

incorporare i principi dello sviluppo sostenibile alle politiche e ai programmi nazionali e ribaltare la tendenza all’esaurimento delle risorse naturali; ridurre della metà la percentuale di persone senza accesso all’acqua potabile, e migliorare nettamente, entro il 2020, la vita di almeno 100 milioni di abitanti delle baraccopoli.

In America Latina i progressi non vanno al ritmo sperato, perché la regione continua a tenere strettamente collegati “crescita economica e degrado ambientale”, ha detto all’IPS-Messico Ricardo Sánchez, direttore dell’ufficio latinoamericano del Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente (United Nations Environment Programme, UNEP), agenzia che ha partecipato all’elaborazione del documento.

“Le nostre economie si basano ancora sull’uso intensivo delle risorse naturali, e questo evidentemente deve cambiare, se vogliamo crescere senza continuare a deteriorare l’ambiente”, ha segnalato Sánchez.

Dal documento della Cepal emerge un abisso tra la realtà e gli impegni ufficiali.

Ad esempio, la superficie boscosa si sta riducendo molto velocemente. La deforestazione, che ha raso al suolo 46,7 milioni di ettari tra il 1990 e il 2000, avanza a una percentuale annuale dello 0,5 per cento nella regione, il doppio della media mondiale, secondo lo studio della Cepal.

Appena due dei 33 paesi studiati registrano sviluppi in materia di superfici boscose; in 7 paesi c’è stasi e 24 retrocedono.

In questa regione si trova il 40 per cento delle specie vegetali e animali del pianeta. Delle 178 “ecoregioni” identificate in America Latina e Caraibi, il 77 per cento sono minacciate Solo in America del Sud, vive il 47 per cento delle specie animali catturate illegalmente in tutto il mondo.

“Bisogna impegnarsi ancora molto per ribaltare” fenomeni “come la deforestazione, il degrado di suolo e acqua”, ma soprattutto bisogna rivedere il modello di sviluppo, “poiché ci sono cose che hanno dimostrato di non funzionare”, ha detto il direttore dell’Unep, la cui sede regionale si trova in Messico.

“Il modello di più commercio e meno Stato non funziona. Ci deve essere più commercio, ma che tenga conto delle caratteristiche dei paesi in via di sviluppo. Ed è anche necessaria la maggiore presenza di uno Stato che vegli sulla sostenibilità”, ha aggiunto.

Il panorama ambientale tracciato nel rapporto mostra una regione che distrugge l’ambiente circostante.

Rispetto all’uso efficiente di energia, si sono riscontrati progressi in otto su 20 paesi studiati. Per la riduzione delle emissioni di biossido di carbonio (il principale gas dell’effetto serra), ci sono sviluppi solo in quattro dei 33 paesi della regione.

Quanto ai mari, il panorama non è molto diverso: emerge un eccessivo sfruttamento e un evidente degrado degli ecosistemi. E per le terre, si è persa per tre quarti la diversità genetica delle coltivazioni agricole.

Invece, l’obiettivo di fornire acqua potabile e risanamento alla metà della popolazione priva di tali servizi ha pronostici misti.

Potrebbe essere realizzato per quanto riguarda l’acqua potabile, ma non per le fognature, un servizio che dovrebbe raggiungere nel 2015 circa 150 milioni di persone (121 milioni in zone urbane e 29 milioni in aree rurali).

Nel 2002 la rete di riciclo delle acque reflue nella regione era dell’84 per cento, e del 44 per cento nell’area rurale. I progressi sono stati di appena il 27 per cento nelle zone rurali e del 35 nelle urbane, e questo, secondo la Cepal, indica un ritardo.

L’obiettivo del risanamento urbano è stato raggiunto nei paesi dei Caraibi. Ma preoccupa la situazione in Bolivia, Brasile, El Salvador, Guatemala, Haiti, Perù e Repubblica Dominicana.

L’analisi dei progressi in vista dell’ultimo obiettivo relativo alla sostenibilità, che propone un miglioramento sostanziale nella vita degli abitanti di baracche e quartieri precari, mostra otto paesi che avanzano, e altri otto in stasi o in retrocessione, sui 16 esaminati.

Nel 1990, il 35,4 per cento della popolazione urbana dell’America Latina viveva in alloggi improvvisati, una percentuale che è scesa al 31,9 per cento nel 2001. Tuttavia, nello stesso periodo, la popolazione urbana è aumentata a 79 milioni e i residenti nelle baraccopoli sono passati da 111 a 127 milioni.

Le percentuali di persone che vivono nelle baracche sono allarmanti, soprattutto in Belize, Bolivia, Guatemala, Haiti, Nicaragua e Perù, ha detto la Cepal e, in minor grado, in Argentina, Brasile e Venezuela, paesi con alti indici di urbanizzazione e dove più del 25 per cento della popolazione urbana vive in tuguri.

Secondo la Cepal, “ci sono diversi fenomeni che risultano particolarmente inquietanti: la perdita delle foreste e la riduzione della biodiversità, l’inquinamento dell’aria e l’aumento delle baraccopoli nelle aree urbane. Invece, si registrano progressi nella copertura dei servizi di acqua potabile, ma non si riscontra la stessa tendenza nelle reti fognarie”.

La situazione del degrado ambientale non sarebbe potuta essere molto diversa, se si considera che nella regione, solo Cile e Messico investono più dell’uno per cento del prodotto interno lordo nelle spese ambientali.