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IMPATTO TSUNAMI: Le grandi promesse stentano a concretizzarsi

NAZIONI UNITE, 22 Aprile 2005 (IPS) – Quando i giornalisti hanno chiesto al Segretario generale dell’Onu cosa pensasse del lento flusso di aiuti concreti ai paesi colpiti dallo tsunami, a più di tre mesi dall’immensa devastazione, Kofi Annan ha risposto: “Le promesse sono buone, ma il denaro è preferibile”.

Ad oggi, circa 6,7 miliardi di dollari sono stati promessi da paesi donatori, individui privati ed enti per l’emergenza tsunami, dei quali circa 5,8 miliardi sarebbero stati garantiti da 92 governi.

”Tale generosità è una novità assoluta nella storia delle Nazioni Unite”, ha dichiarato alla stampa Jan Egeland, Sottosegretario generale per gli affari umanitari delle Nazioni Unite.

Tuttavia, dei 6,7 miliardi di dollari assicurati, appena 2,5 miliardi sono stati ”registrati come stanziati o già pagati”. Il problema, secondo Egeland, è ”convertire le promesse in impegni concreti”.

Il Segretario generale ha rafforzato la protesta di Egeland, parlando con i giornalisti lunedì scorso alla Conferenza di Oslo dei donatori per il Sudan: “Ecco perché stiamo facendo appello ai governi, perché versino il più possibile denaro contante”.

Rick Augsburger, direttore del Programma di risposta alle emergenze dell’agenzia umanitaria globale Church World Service (CWS), ha detto all’IPS che alcuni donatori valutano rischi e debolezze prima di onorare gli impegni.

Ammette che le promesse non sono un tutto compreso, ”ma questo non è un buon motivo per pensare che non saranno rispettate. Alcune sono legate alle politiche di ricostruzione”.

Interrogato sulla richiesta di denaro da parte di Annan, Augsburger ha risposto: ”È vero che non possiamo costruire una casa su una promessa”.

Annan ha dichiarato che spesso occorre molto tempo per trasformare le promesse in contanti. “Forse tutti noi, anche le Nazioni Unite, dovremmo seguire i governi con maggior determinazione, magari inviando personale per controllare e ricordare loro gli impegni da mantenere, o emettendo rapporti periodici su offerte ed effettivi pagamenti”, ha aggiunto.

”Sappiamo bene che molti paesi spesso promettono aiuto quando l’attenzione dei media è puntata sulle loro azioni, ma poi non mantengono le promesse quando le telecamere si spengono”, ha detto all’IPS Stephen Greene, direttore ad interim per l’informazione di Oxfam America.

La conseguente diminuzione delle risorse previste, ha aggiunto, può ostacolare significativamente gli sforzi di ricostruzione e complicare il lavoro dei gruppi di aiuto privati, che non hanno la certezza che le infrastrutture, normalmente finanziate dai grandi donatori, verranno di fatto completate.

L’ex presidente Usa Bill Clinton, attualmente inviato speciale Onu per l’emergenza tsunami, ha dichiarato mercoledì scorso ad una conferenza stampa Onu che “a più di tre mesi dallo tsunami che ha ucciso circa 300.000 persone, la sfida non è solo rifare le comunità, ma ricrearle migliori”.

”Ciò significa ricostruire scuole che siano al servizio dei bambini e servizi sanitari accessibili a tutti, e posizionare sistemi d’allarme preventivi per evitare, in futuro, perdite di vite umane di questa entità“, ha aggiunto.

Clinton, che ha già visitato alcuni dei paesi colpiti dallo tsunami, tra cui Indonesia, Tailandia, Sri Lanka e Maldive, ha dichiarato: “Finché non avremo dei progetti nazionali (di ricostruzione), non potremo sapere se la fatica dei donatori sia reale, o se gli impegni saranno rispettati”.

”Questi progetti nazionali dovranno dire, 'questo è il nostro progetto, lo realizzeremo entro tale tempo, nelle date aree; questo è il costo; noi possiamo arrivare fin qui’. A quel punto, il nostro compito sarà comprendere come coprire il gap tra governi donatori e organizzazioni non governative (Ong)”.

”Solo così scopriremo se l’impegno del donatore è serio”, ha proseguito.

Clinton ha inoltre dichiarato che ci sono “molte Ong che hanno enorme disponibilità economica”.

”Per esempio la Croce Rossa, che dispone di quantità di denaro incredibili. Ma non si può pensare che le spendano senza un progetto adeguato che definisca dove inserirsi, in che ambito operare e che cosa fare”, ha aggiunto.

”È probabile che lo sforzo del donatore sia una realtà, ma potrebbe non esserci l’opportunità di dimostrarlo”, ha proseguito Clinton.

Riferendosi all’ex presidente, Annan ha dichiarato alla stampa: ”Conto su di lui perché verifichi che i donatori non solo promettano, ma eroghino le somme necessarie per il recupero e la ricostruzione, e perché tali somme raggiungano realmente le comunità più bisognose”.

La settimana scorsa, il New York Times ha denunciato l’estrema lentezza degli interventi nella provincia indonesiana di Aceh, dove il disastro dello tsunami ha causato circa 126.000 vittime.

”Ad Aceh, è piuttosto esigua la traccia dei miliardi di dollari in donazioni da parte di governi, organismi di aiuto, gruppi civili e singoli, attivatisi da tutto il mondo”, riporta il Times.

Rispondendo al Times, Neal Keny-Guyer, direttore generale della statunitense Mercy Corps, ha dichiarato: ”Dobbiamo riconoscere che questa risposta umanitaria è senza precedenti, e richiede attenzione a lungo termine”; aggiungendo che il suo gruppo, da solo, ha lavorato con 64 villaggi nella provincia di Aceh.

Greene, della Oxfam, ha affermato che l’ammontare della disponibilità degli aiuti è importante almeno quanto il fatto che essi vengano utilizzati il più efficacemente possibile.

”Oxfam sta incoraggiando governi e agenzie a coordinare attentamente i loro sforzi, per aderire agli standard internazionalmente riconosciuti per la distribuzione dei soccorsi, e per assicurare che i sopravvissuti allo tsunami siano totalmente partecipi alla ricostruzione delle loro comunità”.

Greene ha detto che Oxfam porta avanti grandi operazioni in Sri Lanka, India e Indonesia, ”dove abbiamo in programma di continuare a lavorare nella ricostruzione per diversi anni a venire”. Oxfam realizza inoltre programmi più ridotti in Tailandia, Somalia e Maldive.

”Siamo particolarmente attenti ai bisogni delle donne, cercando anche di individuare le popolazioni deboli e socialmente emarginate, come i dalit in India e i lavoratori migranti birmani in Tailandia, perché ricevano sostegno adeguato”, ha aggiunto.

”Mentre continuiamo a fornire acqua e servizi sanitari in alcune aree, aiutiamo anche a ricostruire le comunità e a ripristinare i mezzi di sussistenza”, ha proseguito Greene.

Secondo Augsberger, del CWS, ”la ricostruzione a questo punto è più che altro una questione politica, soprattutto nella provincia di Aceh. Il governo indonesiano è estremamente attento su chi può ottenere la concessione per ogni specifica ricostruzione”.

Nel frattempo, prosegue, il CWS continua a dedicarsi attivamente ad acqua e bisogni sanitari nella provincia di Aceh. ”Molti, ad Aceh, sono ancora privi di questi servizi fondamentali, ed è piuttosto difficile ricostruire una comunità senza l’accesso all’acqua e alle misure igieniche”.

Augsburger sostiene che il CWS si sta concentrando anche su aspetti di recupero non edilizio o fisico, come l’assistenza al sostentamento, programmi di consolidamento civile, gestione del disastro e training di preparazione, capacità di costruzione e coordinamento congiunto con le Ong locali e altre organizzazioni con sede nella comunità che operano nell’area.

Si prevede, ha concluso, che il programma di soccorso a medio termine continuerà per gran parte del 2006.