OSLO, 19 aprile 2005 (IPS) – In un recente incontro tenutosi nella capitale norvegese, i paesi donatori hanno promesso al Sudan più aiuti del previsto (4,5 miliardi di dollari), ma potrebbero volerci anni prima che il popolo sudanese riesca a vedere quel denaro.
E il governo del Sudan dovrà probabilmente darsi molto da fare prima di ricevere anche un solo centesimo.
”È assai probabile che questo tipo di fondi impieghino fino a quattro o cinque anni, per passare tutte le procedure”, ha dichiarato all’IPS Greg Austen del Foreign Policy Centre, con sede a Londra. Cosa ancora più importante – ha aggiunto - “il governo Usa ha detto che i suoi aiuti dipendono da cosa farà il governo sudanese per porre fine alla violenza”.
Sarebbe irragionevole per il governo del Sudan accettare gli aiuti – ha commentato Austen – se le sue forze armate continuano a stuprare, a saccheggiare e a uccidere.
I partecipanti al convegno dei donatori per il Sudan (11-12 aprile) hanno promesso fondi – per aiuti umanitari, ricostruzione e sviluppo, nell’arco del 2005-2007 – per una cifra maggiore rispetto ai previsti 3,6 miliardi di dollari. Ma in questi casi i ritardi sono la norma, e non sempre l’intera somma promessa arriva a destinazione.
Sul totale dei fondi garantiti, circa 2 miliardi di dollari sono per la ricostruzione e gli aiuti allo sviluppo. Questo, in risposta ai bisogni documentati nel rapporto della Joint Assessment Mission.
Il rapporto è stato redatto dalle due parti sudanesi del Comprehensive Peace Agreement (CPA), firmato il 9 gennaio 2005 – il governo di Khartoum e il movimento di liberazione del popolo sudanese (SPLM) – e da Nazioni Unite e Banca mondiale. Il resto del denaro è destinato soprattutto agli aiuti umanitari e ai fondi per le emergenze.
”Sono molto compiaciuto della somma che è stata fissata, poiché ciò dimostra che l’interesse per il Sudan è realmente internazionale”, ha detto il ministro per lo sviluppo internazionale norvegese Hilde Frafjord Johnson alla chiusura della conferenza.
Molti altri capi delle delegazioni presenti hanno espresso analoga soddisfazione. Ali Osman Taha, vicepresidente del Sudan, ha osservato che il denaro promesso aiuterà il suo governo ad accelerare l’accordo di pace. Secondo il presidente dell’SPLM, John Garang di Mabior, le promesse di aiuti dovrebbero costringere le parti a cominciare ad occuparsi al più presto dei bisogni primari del loro popolo devastato dalla guerra.
Tuttavia, dietro all’evidente clima di soddisfazione tra i delegati sull’esito della conferenza, si percepiva anche qualche preoccupazione, e timori per il futuro degli accordi di pace.
Il Darfur è un tema scottante, che può rischiare di compromettere gli accordi. La violenza e le atrocità nel paese proseguono, e la forza di mantenimento della pace dell’Unione africana, composta da circa 2400 uomini, è troppo esigua per tenere sotto controllo la situazione, in un territorio grande quanto la Francia.
All’incontro sono stati sollevati molti dubbi sul Darfur. Il segretario delle Nazioni Unite, Kofi Annan, ha sollecitato tutte le parti a fare del loro meglio per porre fine alle ostilità. John Garang ha osservato che è un dovere politico e morale che i partecipanti all’accordo di pace facciano tutto ciò che è in loro potere per assicurare la pace in questa regione.
L’inviato speciale dell’Onu in Sudan, Jan Pronk, si è detto più ottimista, dichiarando che a suo parere il conflitto nel Darfur potrebbe concludersi prima della fine dell’anno.
I rappresentanti della delegazione della Società civile del Sudan, provenienti in gran parte dal nord del paese, e giunti a Oslo per raccontare le brutte esperienze con gli attuali governanti di Khartoum, hanno raccontato che i loro membri sono stati detenuti e torturati, e che sono stati banditi giornali e associazioni.
Folti gruppi di donne, anch’esse presenti a Oslo, hanno dichiarato di essere state trattate come cittadine di seconda categoria. Le violazioni delle libertà fondamentali e dei diritti umani – hanno detto – sono ancora all’ordine del giorno nel nord, e in particolare nella capitale Khartoum.
Molti hanno espresso il timore che l’attuale governo di Khartoum, con la sua ideologia fondamentalista e i suoi modi dittatoriali, sia incapace di onorare l’accordo di pace e di creare una vera società democratica in Sudan.
Sebbene le donne si siano battute con forza per la partecipazione al processo decisionale – ha dichiarato Austen -, ad esempio per vedersi destinare il 30 per cento dei posti di lavoro in politica e in cariche ufficiali, al momento le loro richieste non sembrano costituire una priorità.
”Non è il genere di cose che funzionano”, ha proseguito. “È molto difficile per il governo Usa avere un dialogo efficace con il governo del Sudan. Sarà già molto se il governo sudanese risponderà prima di tutto alle richieste fondamentali”.
I rappresentanti della società civile del Sud hanno espresso preoccupazione per le tradizioni militaristiche dell’SPLM, ma hanno anche dichiarato che le discussioni in corso con la leadership del movimento di liberazione, sulla democratizzazione e il ruolo della società civile, sono state finora positive e costruttive.
*In collaborazione con Sanjay Suri da Londra.