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TSUNAMI: Viviamo nell’era dell’informazione o dell’ignoranza? Lezioni dallo tsunami

NUOVA DELHI, Gennaio 2005 (IPS) – Gaia, dea della Terra, non poteva scegliere un tempo e un luogo più appropriati per lanciare un messaggio sui suoi poteri occulti: noi siamo indiani e indonesiani, cingalesi e svedesi, tailandesi e abitanti delle Maldive solo secondariamente. Siamo prima di tutto cittadini e figli della terra e condividiamo il destino comune di una catastrofe collettiva, e un comune desiderio di aiutare e cercare di rimediare al male subito.

Le vacanze di Natale e Capodanno portano sulle spiagge dell’Asia stranieri da tutto il mondo. Lo tsunami provocato da un terremoto lo scorso 26 dicembre nell’Oceano indiano si è trasformato in una tragedia planetaria, perché ha colpito non solo gli asiatici ma anche moltissimi turisti occidentali.

Anche se la tragedia immediata subita da milioni di persone deve essere la nostra prima preoccupazione, lo tsunami ci offre anche lezioni a lungo termine: dobbiamo ascoltare Gaia.

La prima lezione riguarda lo sviluppo nelle regioni costiere. Negli ultimi anni di globalizzazione all’insegna del libero mercato, il rispetto per la fragilità e la vulnerabilità degli ecosistemi costieri è stato sacrificato per costruire alberghi e villaggi turistici, allevamenti industriali di gamberetti e raffinerie. Mangrovie e barriere coralline sono state inesorabilmente distrutte, e così sono venute a mancare le naturali barriere di protezione contro tormente, cicloni, uragani e tsunami.

Quando effettuammo uno studio sul ciclone Orissa, che nel 1999 uccise 30.000 persone, scoprimmo che la distruzione era stata maggiore proprio nei luoghi in cui erano state eliminate le mangrovie per fare spazio agli allevamenti di gamberetti e alle raffinerie di petrolio. La mobilitazione popolare riuscì a far ordinare alla Corte Suprema dell’India la chiusura degli allevamenti industriali situati entro i 500 metri dalla linea costiera, in accordo con la direttiva sulla zona di regolamentazione costiera. Nell’esprimere il loro voto, due membri della Corte Suprema hanno sottolineato che: “Il danno provocato all’ecologia e all’economia dagli stabilimenti industriali di piscicoltura è superiore ai guadagni ottenuti dalla vendita dei loro prodotti. Forse per questa ragione i paesi europei e gli Stati Uniti non permettono che le loro acque costiere vengano sfruttate per l’allevamento di gamberetti. Il rapporto Onu mostra che l’80 per cento dei gamberetti da allevamento provengono dai paesi in via di sviluppo dell’Asia”.

Invece di adempiere all’ordine giudiziario, tuttavia, l’industria dei gamberetti cercò di far annullare le leggi ecologiche per la protezione delle zone costiere facendo pressioni sui governi per essere esonerata dall’osservare tali leggi. Questa violazione delle norme ambientali di tutela delle aree costiere ha certamente avuto un ruolo nella maggiore distruzione causata dallo tsunami.

Ogni acro di un allevamento di gamberetti corrisponde in termini ecologici a 100 acri di mangrovie e di terra e mare devastati dall’inquinamento. Ogni dollaro prodotto dall’esportazione di gamberetti lascia dietro di sé dieci dollari di distruzione ecologica ed economica a livello locale.

Nagapattinam, la zona più duramente colpita dallo tsunami, è stata anche la più danneggiata dall'abbondanza di allevamenti industriali di gamberetti. Le tribù indigene di Andamanesi e Nicobaresi, Onge, Jarawa, Sentinelese e Shompen, che vivono secondo principi naturali ed ecologici, hanno subito le perdite minori, benché nel subcontinente indiano siano i più vicini all’epicentro del terremoto.

Speriamo che i governi imparino la lezione che la terra ha voluto darci: lo “sviluppo” che ignora i limiti ecologi e gli imperativi ambientali può solo portare a una distruzione inimmaginabile.

La seconda lezione che ci dà lo tsunami è che un mondo che ruota intorno a mercati e profitti, dimenticando la natura e le persone, è mal attrezzato ad affrontare simili disastri. Sebbene ci illudiamo di vivere nell’“era dell’informazione” e in un’“economia della conoscenza”, la conoscenza degli 8,9 gradi della scala Richter non è stata comunicata in tempo dall’US Geological Survey – l’organismo statunitense che vigila su questo tipo di incidenti – ai paesi minacciati perché potessero adottare le misure necessarie a salvare delle vite.

Mentre i mercati azionari del mondo reagiscono istantaneamente ai segnali, e mentre l’intera economia delle tecnologie dell’informazione (IT) si basa sulla immediata comunicazione, ci sono voluti giorni perché il mondo riuscisse a stabilire il numero dei morti e delle persone rimaste senza tetto a causa del maremoto.

Lo tsunami ci insegna che non viviamo in un’era dell’informazione basata sulla “connettività”, ma in un’era di ignoranza, esclusione e sconnessione. La rivoluzione delle IT è progredita per servire i mercati, ma ha messo da parte i bisogni delle persone. Gli animali e le comunità indigene hanno l’intelligenza per prevedere lo tsunami e per proteggersi.

Alle culture del XXI secolo incarnate nelle tecnologie dell’informazione è mancata l’intelligenza di Gaia per collegarsi e proteggersi in tempo dal terremoto e dallo tsunami. Dobbiamo riconsiderare i nostri concetti dominanti di intelligenza e di informazione, e imparare la lezione di Gaia su come vivere intelligentemente sul pianeta.

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