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SVILUPPO: La società civile africana chiede spazio

MONTREAL, 3 novembre 2004 (IPS) – Alcune organizzazioni della società civile africane hanno esortato i governi del continente a dare loro più spazio intorno ai tavoli in cui si prendono le decisioni legate allo sviluppo

La società civile ha contribuito in larga misura ai recenti cambiamenti positivi in Africa e alla crescita del proprio ruolo in nuovi processi e istituzioni, che però non hanno mantenuto le loro promesse di inclusione, ha deplorato Partnership Africa-Canada (PAC, Associazione afro-canadese) in un nuovo rapporto.

Il rapporto di PAC, una coalizione di organizzazioni non governative (Ong) canadesi e africane che lavora su questioni legate a diritti umani, sicurezza umana e sviluppo sostenibile, si basa su inchieste realizzate alla fine del 2003 a 300 membri della società civile in 12 città dell’Africa e tre del Canada.

“Le organizzazioni della società civile possono essere un braccio destro dei governi per tutte le questioni legate alle disuguaglianze nelle relazioni Nord-Sud”, si legge nel documento, pubblicato a fine ottobre col titolo “Società civile africana: prospettive per creare una coscienza su questioni prioritarie”.

“C’è stato un certo appoggio di governi e istituzioni regionali, ma non sufficiente. È necessario rafforzare i loro meccanismi di consultazione”, ha esortato Françoise Nduwimana, autrice del rapporto.

Nel testo vengono illustrate diverse misure per istituzionalizzare la società civile, a cominciare dall’adozione da parte dell’Organizzazione di Unità Africana (OUA) della “Carta Africana per la partecipazione allo sviluppo e la trasformazione”, nell’agosto del 1990.

A sua volta, questa misura ha prodotto tre conferenze, nel 2000, 2001 e 2004, che hanno portato alla creazione del Consiglio economico, sociale e culturale (Ecosocc) come forum ufficiale della società civile e organo di consulenza dell’Unione Africana, successore della OUA.

Talvolta, questi riconoscimenti si traducono “sul campo”, ha segnalato Nduwimana. Ad esempio, i governi sono disposti a collaborare con le Ong per combattere l’epidemia di Hiv/Aids, perché sanno che le organizzazioni hanno un rapporto più stretto con le popolazioni locali.

Ma quando si tratta di documenti che contengono strategie di riduzione della povertà, richieste dalla Banca Mondiale e dal Fondo monetario internazionale (FMI), i governi “non vogliono consultarsi con le Ong né con la società civile”, e quando lo fanno, “gli presentano un piano già predisposto”, ha dichiarato Nduwimana in un’intervista.

I conflitti bellici sono un altro ambito in cui i governi non vogliono lavorare con la società civile, a volte perché sono coinvolti nelle violenze.

Tuttavia, la società civile ha dato validi contributi per la risoluzione dei conflitti armati. “Nella Repubblica Democratica del Congo, ad esempio, la società civile ha posto le basi per la pace e la riconciliazione nazionale”, ha osservato Nduwimana. Il rapporto non attribuisce tutte le colpe ai governi, ma suggerisce due motivi all’origine del fallimento delle loro politiche: le riforme imposte dall’esterno in cambio di aiuti economici e i governi irresponsabili o antidemocratici.

Le Ong, ha proseguito Nduwimana, “riconoscono che i governi stanno accettando sempre di più di lavorare insieme, ad esempio sull’educazione alla pace, alla tolleranza e anche sulla gestione delle risorse naturali”, ma questa è una realtà “recente e fragile”.

“Il messaggio della società civile è che i governi devono rafforzare questa associazione, creare meccanismi di collaborazione a livello locale e regionale”, ha aggiunto.

Tali meccanismi dovrebbero dare la possibilità di partecipare nella “nuova associazione per lo sviluppo dell’Africa” (NEPAD), un’iniziativa strategica lanciata nel 2001 da mandatari africani, ha concluso Nduwimana.