BUENOS AIRES, gen (IPS) – Secondo alcuni delegati di America Latina e Caraibi, riuniti a Buenos Aires, il Sud avrebbe bisogno di maggiori trasferimenti di risorse e di tecnologia del Nord, e di una distribuzione equa dei benefici derivati dalla ricchezza biologica, concentrata soprattutto nei paesi in via di sviluppo
Questi i punti concordati venerdì 16 gennaio dai delegati di 23 paesi di America Latina e Caraibi, per la definizione dell’agenda che presenteranno alla VII Conferenza delle Parti del Convegno sulla diversità biologica che si terrà a Kuala Lumpur dal 9 al 20 febbraio.
I partecipanti hanno anche discusso le proposte da presentare alla prima riunione della Conferenza delle Parti del Protocollo di Cartagena su Sicurezza delle Biotecnologie (in vigore dall’11 settembre), anch’essa prevista nella capitale malese dal 23 al 27 febbraio.
L’ambasciatore argentino Raúl Estrada Oyuela, responsabile degli affari ambientali del Ministero degli Esteri e che ha presieduto l’incontro regionale, ha dichiarato all’IPS che dalla prima conferenza sulla diversità biologica, tenutasi 10 anni fa nelle Bahamas, si sono fatti grandi progressi in tema di biodiversità.
Tuttavia, quanto agli altri due obiettivi dell’incontro, cui hanno aderito 188 Stati, i negoziati sono ad un punto più fermo. Si tratta dell’“uso sostenibile” della diversità biologica e della “partecipazione equa” dei benefici derivanti da quella ricchezza naturale.
La difesa della biodiversità è un obiettivo che la maggior parte dei paesi in via di sviluppo e di quelli industrializzati sostengono, in particolare l’Unione europea, ha sottolineato Estrada Oyuela.
Ma per un uso sostenibile delle risorse – geni, specie ed ecosistemi – “servirebbero soldi che non arrivano”, ha osservato.
Il diplomatico si riferiva alle risorse finanziarie previste dalla convenzione per i progetti che contemplino l’uso della biodiversità nell’ambito dello sviluppo sostenibile.
Il Convegno prevede il finanziamento di progetti da parte del Fondo mondiale per l’ambiente (GEF), amministrato soprattutto dalla Banca mondiale e in misura minore dai Programmi delle Nazioni Unite (Onu) per l’Ambiente e per lo Sviluppo.
Alcune organizzazioni non governative (Ong) e governi di paesi in via di sviluppo contestano il GEF, perché non tiene conto delle priorità dei paesi poveri e si limita ad approvare progetti destinati più alla conservazione che all’uso sostenibile delle risorse biologiche.
D’altra parte, Estrada ha segnalato la preoccupazione dei paesi latinoamericani per gli scarsi progressi nella distribuzione equa dei benefici, che devono essere divisi tra i paesi che possiedono le risorse e quelli che li sfruttano per fini industriali.
“La nostra regione intende mettere l’accento sull’aumento dei finanziamenti per progetti di uso sostenibile, e sul maggiore impegno nella partecipazione ai benefici, così che se una pianta dell’Amazzonia con proprietà curative finisce in un laboratorio svizzero, ci deve essere un riconoscimento uguale per tutti”, ha spiegato ancora Estrada Oyuela.
In questo senso, i partecipanti hanno analizzato le proposte per creare un regime di controllo sull’accesso alle risorse genetiche, e diverse forme di riconoscimento per coloro che ne conoscono le proprietà, come le comunità indigene e contadine, spesso utili alle potenti industrie di alimenti, medicine o cosmetici.
I delegati hanno affermato che così come negli ultimi 10 anni si è deciso di elaborare il Protocollo di Cartagena per regolare il trasporto e la manipolazione di organismi viventi geneticamente modificati, come semi e grani, allo stesso modo si deve procedere in tema di partecipazione agli utili.
Estrada Oyuela ha ribadito: “A Kuala Lumpur bisogna lanciare un processo di negoziati simile a quello scaturito dal protocollo di biosicurezza di Cartagena; poi si vedrà se si tratta di un regime internazionale o di un protocollo specifico, ma bisogna procedere per gradi, a cominciare dalla prossima conferenza”.
In tal senso, la regione riconosce che le comunità indigene devono avere molto peso nelle decisioni. Le conoscenze tradizionali sull’uso curativo di piante ed animali sono alla base di diverse “scoperte” dell’industria, che poi beneficia dei brevetti su risorse e conoscenze che non le appartengono.
“Le comunità originarie – ha avvertito il diplomatico – devono partecipare, ma devono anche capire che l’importante in questo caso non è nascondere le risorse, bensì organizzarsi per venderle bene, perché le posizioni difensive non portano a niente”.
All’incontro di Cartagena hanno partecipato funzionari per l’ambiente di Antigua e Barbuda, Argentina, Bahamas, Barbados, Belize, Bolivia, Brasile, Colombia, Costa Rica, Cuba, Cile, Ecuador, Giamaica, Guatemala, Haiti, Honduras, Messico, Paraguay, Perù, Repubblica Dominicana, San Cristóbal e Nevis, Uruguay e Venezuela