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INTERVISTA: L’apartheid economica mondiale impedisce un accordo equo

COPENHAGEN, 18 dicembre 2009 Terraviva COP15* (IPS) – “I cambiamenti climatici sono un’opportunità per affrontare tutte le questioni di uguaglianza e giustizia per cui lottiamo da sempre”, ha detto Kumi Naidoo, direttore esecutivo di Greenpeace International, in un’intervista rilasciata a Copenhagen.

Claudia Ciobanu/IPS
Claudia Ciobanu/IPS

“Forse è questo il motivo per cui i paesi ricchi fanno tanta resistenza: sanno che prendere le decisioni giuste a Copenhagen li costringerebbe a condividere il potere economico, e dotarsi di un sistema commerciale più equo, con tutti gli annessi e connessi, che altrimenti impedirebbero di gestire i cambiamenti climatici”.

D: Siamo ormai alla conclusione del vertice di Copenhagen, e abbiamo visto la riluttanza dei maggiori leader a impegnarsi con un trattato equo, ambizioso e vincolante. Perché?

KUMI NAIDOO: Penso che i paesi ricchi neghino tuttora la propria responsabilità, anche se formalmente l’hanno ammessa. Il punto è che vige un’apartheid economica mondiale, e qui assistiamo a una sorta di apartheid climatica.

Mi preme sottolineare che a fregarsene sono i governi dei paesi industrializzati. I cittadini, invece, si rendono conto di questa ingiustizia. Quindi, credo non solo che i governi dei paesi ricchi stiano tradendo gli abitanti dei paesi poveri, ma anche i propri cittadini; e la democrazia.

D: Ma fanno leva sulle questioni connesse ai loro cittadini come scusa per non agire?

KN: Certamente. Come è emerso sabato 12 dicembre, con tutte le manifestazioni organizzate nel mondo. Le manifestazioni di sabato hanno dimostrato che lo slancio entusiasta dei cittadini sta aumentando. La cosa più importante, per me, è stato vedere che non erano i “soliti sospetti” (Greenpeace, Amici della Terra, WWF e altre organizzazioni ambientaliste), ma che c’erano anche chiese, sindacati, e organizzazioni per lo sviluppo, che solitamente non si occupano di ambiente.

D: Dunque l’ambiente funge da catalizzatore di un movimento globale?

KN: Sì. Perché la gente ne riconosce le interconnessioni. Come possiamo avere dei diritti umani se il pianeta è invivibile, come progredire se poi ci troviamo in situazioni che vanificano ogni progresso raggiunto? Pensiamo al Bangladesh, uno dei paesi più poveri del mondo: grazie alla comunità di Ong erano state apportate grandissime innovazioni, però molti progressi sono stati cancellati con l’aumento del livello dell’oceano, che danneggia le forniture idriche e provoca penuria idrica.

Oppure, pensiamo all’uguaglianza di genere: in Africa, i cambiamenti climatici stanno già devastando l’agricoltura, e noi stiamo ancora qui a chiederci chi sono i più vulnerabili? Sono i piccoli agricoltori, molti dei quali sono donne.

Una delle cose che i paesi ricchi ignorano è che i cambiamenti climatici hanno già causato dei conflitti, e la cosa si aggraverà, solo che le prossime guerre non saranno per il petrolio, ma per l’acqua.

È il caso del genocidio in Darfur, comunemente ritenuto un conflitto etnico; dimentichiamo che il lago Ciad, che confina con il Darfur, era uno degli ultimi grandi bacini di mare interno del mondo, e che si è progressivamente prosciugato. La penuria idrica e la scarsità di terra sono i principali moventi del tragico conflitto in Darfur.

Gli USA spendono 30 miliardi di dollari all’anno solo per la guerra in Afghanistan. Se davvero gli premono i soldi che noi chiediamo, perché spendono in guerre, conflitti armati e risoluzione di conflitti, mentre potrebbero creare concrete possibilità di vita per persone socialmente emarginate, che vivono in disperate condizioni di indigenza? Questi sono i temi da affrontare, per evitare guerre e conflitti.

D: I cambiamenti climatici sono un grande capitolo della sicurezza internazionale …

KN: Sì. Tema grande e primario della sicurezza; lo sappiamo tutti, ma purtroppo il summit non ha dato sufficiente rilievo alla cosa.

Alla fine dei conti, è una questione di volontà politica. Se in pochi mesi hanno mosso bilioni di euro per trarre d’impaccio le banche, perché non possono fare altrettanto per salvare delle vite e trasformare questa crisi in opportunità? Davvero: siamo di fronte a una opportunità reale.

In Africa, non siamo neppure agli inizi, per quanto riguarda lo sfruttamento dell’energia solare. Investire seriamente nel solare, potrebbe significare che tra 20 anni l’Africa, e in particolare il Nord Africa, saranno esportatori netti di energia in Europa.

Il mio pensiero qui va a tutti i paesi industrializzati, soprattutto quelli dell’UE, e alla Germania, e in particolare agli USA, che sono stati patetici, specialmente quando abbiamo proposto una prospettiva di giustizia. I paesi in via di sviluppo sono meno responsabili della situazione in cui ci troviamo, ma sono quelli che pagano lo scotto più alto, e lo fanno per primi. Ai paesi poveri era stato detto di mettere sul tavolo degli obiettivi; lo hanno fatto, in preparazione al summit di Copenhagen. India e Cina, per esempio, hanno varato – o stanno varando, normative nazionali, e si stanno muovendo nella direzione giusta, ma i paesi ricchi non hanno fatto la loro parte.

Lo dico senza mezzi termini: senza un trattato equo, ambizioso e vincolante, condanniamo a morte i piccoli stati insulari e i paesi meno sviluppati.

D: Allo stato attuale delle cose, i leader delle maggiori potenze mondiali sembrano firmare una condanna a morte.

KN: Dovremmo ricordarci che due anni fa a Bali, in un momento simile del summit, il clima era ancora più pessimista. Solo l’ultimo giorno, nelle prime ore del mattino, la pressione morale della Papua Nuova Guinea ha costretto gli USA a accettare di impegnarsi.

Parafrasando i popoli che dicono “non è finita finché la grassona non ha cantato”, direi “non è finita finché lo smilzo di Washington DC non ha cantato”. Non resta che vedere quando si muoverà il presidente USA Barack Obama.

D: Cosa pensa dell’esclusione delle Ong dal centro del negoziato negli ultimi giorni della conferenza?

KN: Ritengo l’intervento contro le Ong un tradimento della democrazia, un tradimento della compattezza informale della società civile in seno alle Nazioni Unite. È un gesto di estrema ingiustizia e crudeltà, soprattutto per le Ong più piccole.

Per le piccole, che hanno risparmiato denaro e si sono preparate tutto l’anno per essere qui – essere estromesse senza tante cerimonie, in modo così brutale, senza dignità, è davvero un grande tradimento. Fa molto male vedere come sono stati trattati alcuni piccoli gruppi della società civile presenti qui: persone la cui voce è autentica.

Mi è gravoso, stare qui, all’interno. Ho perfino pensato di andarmene. Ma per smuovere le cose, nel negoziato, dobbiamo usare tutte le nostre risorse, per quanto limitate (gli occhi di Naidoo, che proviene da un contesto di piccole Ong, si inumidiscono quando parla di queste cose).

Non possiamo attribuire la colpa dell’esclusione delle Ong al governo danese. Siamo in un contesto Onu e le Nazioni Unite dovrebbero sapere molto bene che il summit non si sarebbe tenuto senza le attività condotte dalla società civile negli ultimi decenni, che i capi di governo non sarebbero qui se non fosse per la pressione che abbiamo esercitato su di loro, in quasi tutti i paesi del mondo, nell’ultimo anno, affinché partecipassero al summit, perché il tema è troppo importante per essere affidato a delegati junior. Infine, condurre i negoziati a porte chiuse, lontano dalla gente e dalla società civile, minerebbe comunque la legittimità del summit.

L’Onu deve rendersi conto che seppure concordasse un trattato equo, ambizioso e vincolante, anche per un soffio, con un escamotage dell’ultima ora, il vero cambiamento inizierà il giorno dopo. E starà tutto nella effettiva implementazione del trattato. Per il momento, possiamo anche fare a meno di una precisa formulazione giuridica, ma ci servono obiettivi precisi, chiari e ambiziosi, il denaro per raggiungerli, l’accordo sulle azioni specifiche da intraprendere e la bozza del trattato, entro i prossimi due mesi.

Chi può vincolare i governi alle proprie responsabilità e chi è di complemento ai loro interventi, se non le Ong?

Anche con il fallimento del CoP15, voglio dire a tutte le Ong, ai gruppi comunitari, ai movimenti sociali, alle Ong più grandi, ai sindacati, e a tutti coloro che sono venuti qui, che devono rincuorarsi. Non sarebbero loro ad aver fallito. Ma le leadership politiche. Noi abbiamo creato uno slancio mondiale e dobbiamo consolidarlo, unirci ancora di più, intervenire in modo più aggressivo e continuare a lottare. ©IPS

* About IPS-TerraViva at Copenhagen COP 15: http://www.ips.org/TV/copenhagen/about/