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USA-IRAN: Appello alla diplomazia dal Premio Nobel Shirin Ebadi

WASHINGTON, 3 gennaio 2008 (IPS) – Quasi 30 anni fa, il dittatore Mohammed Reza Pahlavi, scià dell’Iran, forte dell’appoggio degli Stati Uniti, fuggiva dal suo paese per non farvi più ritorno. Subito dopo la sua fuga e il conseguente crollo della monarchia, nasceva la Repubblica Islamica dell’Iran.

Lunedì scorso, il noto avvocato per i diritti umani, l’attivista iraniana Shirin Ebadi – spesso in conflitto con il suo governo, anche se non in opposizione con lo stato nella sostanza – era in visita a Washington per parlare della situazione dell’Iran oggi, delle difficili relazioni tra gli USA e la Repubblica islamica e dei possibili passi per alleviare le tensioni che si sono create tra i due paesi negli ultimi trent’anni di ostilità.

“Le cose andavano male.. allora [in Iran]”, ha dichiarato l’attivista, riferendosi all’era dello scià, e osservando che la situazione è cambiata, ma non sempre per il meglio. “Adesso le cose vanno male, ma in modo diverso”.

Sostenitrice dei diritti umani e vincitrice del Premio Nobel per la pace 2003, Ebadi ha chiesto un impegno più ampio nelle relazioni tra Iran e USA, sottolineando l’importanza del dialogo tra gli attori non governativi come i cittadini comuni e i rappresentanti della società civile.

“C’è una storia di amicizia tra il popolo iraniano e quello americano”, ha detto Ebadi nel discorso tenuto nella stipata sala conferenze dell’organizzazione Carnegie Endowment for International Peace di Washington.

”Quando parlo di dialogo tra le società civili nei due paesi”, ha spiegato, “intendo cercare di capire in profondità le persone”.

L’attivista ha chiesto scambi diplomatici pubblici, colloqui diretti tra i due presidenti, e dialogo tra i governi dei due paesi.

Proprio per l’importanza che attribuisce alla popolazione, Ebadi rifiuta le sanzioni che, sostiene, colpiscono i cittadini dell’Iran, ma anche l’uso, o la minaccia, dell’intervento militare. Secondo lei, chiedere il rispetto dei diritti per i cittadini è possibile solo in “tempo di pace”.

Nella sua campagna, il presidente USA Barack Obama ha parlato molto della volontà di un impegno significativo con l’Iran di fronte a una serie di questioni, prendendo le distanze dalle posizioni più vicine ai “falchi”, come la minaccia della forza militare avanzata dal suo predecessore, George W. Bush.

Chi negli Stati Uniti preme per le sanzioni e l’azione militare in Iran punta generalmente sul tema del nucleare: l’arricchimento dell’uranio da parte dell’Iran, che secondo il governo sarebbe per un’utilizzazione pacifica dell’energia nucleare, mentre per i critici non è altro che una facciata per la produzione di armi nucleari.

”[I colloqui] non dovrebbero essere incentrati sulla questione del nucleare”, sostiene Ebadi, “ma sui progressi dei diritti umani. Le negoziazioni dovrebbero essere imperniate sulle popolazioni dei due paesi”.

Obama deve ancora rivelare i suoi piani nel dettaglio, ma in campagna elettorale aveva dichiarato la volontà di un impegno diplomatico, senza condizioni, oltre all’intenzione di operare un “cambiamento di regime”, riferendosi in particolare alla politica non ufficiale dell’amministrazione Bush, da accantonare se gli iraniani avessero cambiato in modo costruttivo il loro “atteggiamento”.

Ma alcuni osservatori delle questioni iraniane temono la possibile nomina a “inviato speciale in Iran” di Dennis Ross, ex negoziatore negli sforzi di pace falliti tra israeliani e palestinesi, sia sotto l’amministrazione di Bill Clinton che sotto quella di George H.W. Bush.

La posizione di Ross nei confronti dell’Iran sembra limitarsi a quella di co-fondatore e co-presidente della campagna United Against a Nuclear Iran (Uniti contro l’Iran nucleare), oltre che di membro della task force e firmatario del rapporto dei neoconservatori “Meeting the Challenge: U.S. Policy toward Iranian Nuclear Development”.

Nel rapporto, diffuso lo scorso settembre dal Bipartisan Policy Council, si chiedeva anche di stabilire delle condizioni precise nei colloqui con l’Iran, insistendo sul fatto che i negoziati dovevano condurre unicamente al rifiuto dell’arricchimento dell’uranio sul suolo iraniano.

Sebbene Ebadi non abbia parlato nei dettagli della questione del nucleare, è stata molto chiara sul tema delle condizioni da parte degli USA per i negoziati: “Per risolvere il problema, ho sempre sostenuto la necessità di un dialogo senza nessuna condizione”.

Lo scorso dicembre, le autorità hanno chiuso la sede e sequestrato i documenti dell’organizzazione guidata da Ebadi, il Centre for the Defence of Human Rights, giustificando l’azione con un’indagine per presunta evasione fiscale.

“Gli uffici possono anche essere chiusi”, ha detto Ebadi a Washington, “ma noi continueremo le nostre attività”.

All’inizio di gennaio, alcuni manifestanti si erano riuniti fuori dall’abitazione di Ebadi. I dimostranti hanno cantato slogan e compiuto atti vandalici contro la casa di Ebadi; uno di loro ha dichiarato alla stampa iraniana di essere membro del Basij, un gruppo paramilitare legato al Corpo delle guardie islamiche rivoluzionarie (IRGC). Uno dei vandali ha scritto sul muro con lo spray, in farsi, la lingua neopersiana: “Shirin Ebadi è americana”.

Ebadi aveva denunciato l’episodio alla polizia, dichiarando che i giornalisti si erano limitati a star lì a guardare, e Human Rights Watch ha poi condannato la chiusura del centro e le dimostrazioni. Nell’incontro di ieri, ad Ebadi è stato chiesto se intendesse ritornare in Iran dopo le recenti azioni repressive del governo, o rifugiarsi in Occidente per un certo periodo.

“Sono iraniana”, ha risposto. “Sono nata in Iran, vivo in Iran, e morirò in Iran. Appena finito il mio tour di conferenze in America, tornerò subito a casa”.

Gli slogan contro Ebadi sono emblematici della tensione nelle relazioni tra i due paesi e, in particolare, della sensibilità di Teheran di fronte al sostegno americano verso gli attivisti per la difesa dei diritti umani e della democrazia in Iran.

L’attivista per i diritti delle donne Sussan Tahmasebi aveva detto all’IPS all’inizio del mese scorso che gli appelli dell’amministrazione Bush per un “cambiamento di regime” erano stati utilizzati dal governo come una scusa per reprimere gli attivisti per i diritti.

Ma Ebadi è stata cauta su questo punto, sostenendo che la comunità internazionale non dovrebbe esitare a criticare in modo costruttivo i precedenti della Repubblica islamica nel campo dei diritti umani.

“Proprio come il governo iraniano può parlare di violazioni dei diritti umani in Palestina”, ha detto, “altri governi possono parlare dei diritti umani in Iran”.

A metà dicembre, dopo aver informato sia il team di transizione di Obama sia l’allora amministrazione uscente di Bush, il repubblicano Howard Berman, presidente della Commissione affari esteri della Camera, aveva tentato di organizzare un incontro con uno stretto collaboratore del leader supremo iraniano Ali Khamenei, ma era stato snobbato all’ultimo momento. L’episodio, riportato lunedì dal Wall Street Journal, rivela le difficoltà nel riprendere i colloqui dopo 30 anni di fredda ostilità.

Ma il Washington Times ha riferito che mentre Ebadi parlava al Carnegie Endowment, un altro possibile segnale di distensione arrivava dal Dipartimento USA, che ha annunciato l’invio della squadra femminile americana di Badminton per partecipare al torneo internazionale in Iran.