BANGKOK, 27 agosto 2008 (IPS) – Il tentativo condotto dalle Nazioni Unite di sollecitare una riforma politica nella Birmania retta dai militari è sprofondato miseramente in basso nel fine settimana, sollevando dubbi sull’efficacia dell’inviato speciale nel paese, Ibrahim Gambari.
Mizzima News
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Il cambiamento si è avvertito dal modo in cui Aung San Suu Kyi, la leader democratica agli arresti, ha trattato Gambari durante la sua missione di sei giorni conclusasi il 23 agosto. San Suu-Kyi ha rifiutato di incontrarlo in almeno due occasioni. Per il premio Nobel per la pace è stato un silenzio gandhiano, per l’inviato dell’ONU un affronto senza precedenti.
È mancata, di conseguenza, la foto di rito che Gambari aveva usato dopo le tre precedenti visite in Birmania, nel corso dell’anno, per dare l’impressione di aver fatto dei passi avanti con Suu Kyi in direzione della riforma politica. Le immagini del diplomatico nigeriano in posa con la sessantatreenne Suu Kyi, che ha trascorso 13 degli ultimi 18 anni agli arresti domiciliari, davano fiducia all’operato dell’ONU.
La scena di venerdì mattina a Rangoon, davanti all’abitazione di Suu Kyi, ha confermato però che la fortuna ha abbandonato Gambari. La leader della Lega Nazionale per la Democrazia (LND), principale partito d’opposizione, ha rifiutato di aprire le porte della sua labirintica villa coloniale a due rappresentanti di Gambari che volevano invitarla a un incontro, dopo che aveva già declinato l’invito a un ricevimento ufficiale 48 prima.
“Venerdì mattina, i vicini di casa hanno visto davanti alla residenza di Suu Kyi due assistenti di Gambari, che urlavano ad alta voce il nome dell’inviato dell’ONU. Quando nessuno è uscito per incontrarli sono andati via”, ha riferito The Irrawaddy, una rivista d’attualità diretta da giornalisti birmani in esilio, citando fonti dell’Associated Press.
Gambari è ripartito dalla nazione del Sudest asiatico senza un’altra fotografia che poteva indicare qualche progresso.
Per la seconda volta, Gambari si è visto negare udienza dal leader dei militari, l’alto generale Than Shwe, che in Birmania detiene tutti i poteri.
“Il signor Gambari ha sempre sfruttato l’opportunità di farsi fotografare con Daw Suu Kyi per dare l’impressione che il processo di dialogo politico da lui condotto per conto dell’ONU stesse funzionando”, dice Zin Linn, portavece del Governo di Coalizione Nazionale per l’Unità della Birmania (GCNUB), il governo birmano democraticamente eletto costretto all’esilio dalla giunta.
“Stavolta però niente foto. Suu Kyi ha mandato un messaggio forte al popolo birmano rifiutandosi di incontrare il signor Gambari”, ha spiegato Zin Linn in un’intervista. “Vuole far sapere al popolo che non si può contare sull’ONU per ottenere risultati. Bisogna reggersi sulle proprie gambe”.
Altri osservatori della Birmania sono altrettanto caustici. “A differenza di Gambari, Aung San Suu Kyi non vuole fare la pedina nel gioco della giunta”, dice Debbie Stothard dell’ALTSEAN, un organismo regionale che conduce una campagna per i diritti umani in Birmania. “Questo conferma che ha perso fiducia in Gambari. Lo ha detto attraverso l’unica forma pacifica di resistenza che può attuare”.
Il fallimento di Gambari dovrebbe “essere uno scrollone per ricordare ai membri del Consiglio di sicurezza che non possono più farsi ingannare dalla giunta”, ha detto Stothard all’IPS. “Quasi tutti i principali centri decisionali dell’ONU hanno usato la ‘diplomazia navetta’ di Gambari come scusa per non agire sulla Birmania. Ma non si è mosso niente, e adesso c’è rimasto ben poco da sperare”.
Il consesso delle nazioni, tuttavia, nutriva altre speranze quando ha inviato Gambari in Birmania lo scorso anno, dopo l’indignazione internazionale per il duro giro di vite impresso dalla giunta alle manifestazioni pacifiche dello scorso settembre, guidate da decine di migliaia di monaci buddhisti sulle strade di Rangoon. Questa era la terza visita di Gambari come inviato politico speciale.
La prima visita sembrava aver portato a qualche risultato, dato che Gambari aveva incontrato Than Shwe e Suu Kyi ed era riuscito a convincere la giunta a nominare un ministro responsabile delle relazioni per avviare un colloquio con Suu Kyi. La missione dell’ONU ha alimentato l’idea che il Consiglio di Stato per la Pace e lo Sviluppo (CSPC), nome ufficiale con cui è nota la giunta, fosse disposto a concedere qualche cambiamento e una riforma autentica.
Mentre il 2007 volgeva al termine, però, la giunta ha cominciato a mostrare i muscoli venendo meno ad alcuni impegni presi con l’inviato dell’ONU per una “roadmap” verso la democrazia. Il vecchio linguaggio della giunta, che annunciava di volersi attenere al suo piano in sette punti per imporre una democrazia “che fiorisce dalla disciplina” – invece che aperta e inclusiva, come previsto dall’agenda delle riforme – ha ripreso terreno.
A metà marzo, quando Gambari è tornato in Birmania per la terza volta, è stato accolto con ostilità dalla giunta. Il ministro dell’informazione, il Generale di Brigata Kyaw Hsan, ha annunciato all’inviato che il CSPS non avrebbe soddisfatto la richiesta dell’ONU di emendare la bozza costituzionale redatta, permettendo legittima partecipazione politica all’opposizione, Suu Kyi compresa. Il CSPS è rimasto fermo sulle sue posizioni, e a maggio ha organizzato un referendum funestato da violenze e brogli per approvare la nuova costituzione, una settimana dopo che la Birmania era stata devastata dal ciclone Nargis che ha provocato decine di migliaia di morti. È stato un passo decisivo nella marcia della giunta verso la piena legittimità politica per le elezioni generali del 2010.
Per l’opposizione birmana, però, i fatti di maggio alimentano solo la possibilità di ulteriore repressione in un paese che è sotto il giogo dei militari dal marzo del 1962, frantumando le speranze dei leader dell’opposizione che avevano conquistato seggi nelle elezioni parlamentari del 1990, in cui la LND aveva conquistato una maggioranza schiacciante che la giunta ha rifiutato di riconoscere.
“Il signor Gambari ha lasciato che la giunta facesse a modo suo sostenendo la loro agenda [anziché] offrire un piano d’azione politico autonomo”, dice Zin Linn del GCNUB. “Il suo fallimento non ci sorprende”.