PECHINO, 2 ottobre 2007 (IPS) – Di fronte alla penuria di notizie ufficiali sulle agitazioni in atto in Birmania, il “Southern Weekend” – uno dei giornali ufficiali più liberali della Cina – ha deciso di pubblicare un lungo articolo su un imprenditore di etnia cinese che ha fatto fortuna con il commercio di giada nel paese vicino.
Myo Khin/Mizzima News
Ma l’articolo, che tende curiosamente a presentare il paese come il “regno terreno della giada”, dove è possibile accumulare una rapida fortuna lavorando duro, di fatto continua a immortalare una visione della Birmania diffusa da secoli in quest’area, come il paese delle grandi fortune, cui le diverse dinastie cinesi che si sono succedute hanno da sempre reclamato un tributo.
L’articolo si guarda bene dal menzionare i tumulti attualmente in corso in Birmania e la brutale repressione, per mano della giunta militare, delle manifestazioni pacifiche guidate dai monaci buddisti.
L’evento ricorda in modo inquietante l’analoga repressione da parte della Cina, avvenuta nel 1989, delle proteste democratiche guidate dagli studenti. E arriva in un momento in cui Pechino si prepara al 17esimo Congresso del Partito comunista al governo, e teme qualunque cosa possa compromettere la fragile stabilità sociale del paese.
Ma mentre gran parte della stampa ufficiale cinese ha scelto di ignorare gli appelli popolari al cambiamento politico in Birmania, i governanti cinesi hanno una lunga storia di partecipazione alle fortune del paese del Sud-est asiatico, e una singolare capacità di influenzare il suo futuro.
Risalendo di 800 anni alla Dinastia Yuan, la Birmania fu invasa dai capi mongoli della Cina per ben tre volte, e due volte dalla successiva dinastia Ming. E sotto l’influenza dell’ultima dinastia imperiale, la Qing, la Birmania cominciò a essere considerata un vero e proprio stato vassallo, i cui re inviavano regolarmente missioni tributarie a Pechino insieme a doni di elefanti.
Questa storica relazione servo-padrone divenne una questione fortemente ideologica sotto il regno del presidente comunista cinese Mao Tze Tung (1949-1976), quando Pechino volle erigersi a leader di una rivoluzione mondiale e strappare a Mosca la leadership del movimento comunista.
Sotto Mao, la Cina finanziò e sostenne rivolte in tutto il Sud-est asiatico. In Birmania, appoggiò l’ormai defunto Partito comunista birmano, che diverse volte fu sul punto di prendere il potere.
Negli anni, la Cina arrivò a dominare il commercio birmano su molte merci, tra cui il riso. E talvolta il risentimento faceva esplodere delle rivolte contro i cinesi: i loro negozi e magazzini venivano saccheggiati, le loro case bruciate.
Questi tumulti anti-cinesi fornirono alla Cina la scusa per invadere la Birmania, nel 1968. Con una guerra non dichiarata, l’attacco passò quasi inosservato, soprattutto perché avveniva durante “l’offensiva del Tet” in Vietnam. Pechino inviò 30.000 truppe armate di tutto punto che occuparono rapidamente intere aree del paese, costringendo il governo del generale Ne Win a negoziare.
Ma l’intento di guidare una rivoluzione comunista in tutta la regione e i costi delle sommosse finanziate su larga scala come quella della Birmania avevano messo a dura prova la Cina comunista, già affamata e impoverita.
La morte di Mao, nel 1976, segnò la fine di un’era di crociate ideologiche e di campagne industriali fallite. La Cina abbassò il suo profilo internazionale e si concentrò sul ricostruire le relazioni e rinsaldare la propria posizione economica nella regione.
Dal 1990, la Cina è stata l’unica grande potenza a sostenere la giunta militare al governo in Birmania, rifornendola di aiuti e di armi. Secondo gli osservatori, Pechino avrebbe fornito ai generali più di due miliardi di dollari in armi e munizioni. In cambio, la Cina ha ricevuto legno di tek e gemme, e promesse sulle riserve birmane di gas e petrolio, grazie al progetto di un gasdotto già varato e all’accesso a un grande mercato per i suoi beni di consumo a basso costo.
Circa un milione di cinesi sarebbero emigrati in Birmania, operando nel commercio, costruendo dighe e una strada che, quando sarà finita, si estenderà dai confini cinesi attraverso la Birmania, fino a raggiungere i suoi porti. Isolata dai paesi occidentali, i leader birmani sono diventati ancora più dipendenti dagli scambi con la Cina. Il commercio bilaterale è raddoppiato tra il 1999 e il 2005, fino a raggiungere un valore di 1,2 miliardi di dollari Usa.
Per proteggere i propri investimenti e interessi imprenditoriali, la Cina è anche diventata la più accanita sostenitrice della Birmania presso le Nazioni Unite. Ha resistito con vigore a qualsiasi iniziativa contro Rangoon, sostenendo che i suoi negoziati politici riservati funzionerebbero meglio con il regime che imponendo sanzioni.
Mentre la comunità internazionale deplora lo spargimento di sangue avvenuto la scorsa settimana a Rangoon e in altre città, la Cina ha bloccato gli appelli per una forte dichiarazione di condanna verso le azioni repressive in Birmania. L’ambasciatore cinese presso l’Onu Wang Guangya ha detto ai media che la situazione in Birmania non “costituisce una minaccia per la pace internazionale e regionale”, la spinta formale necessaria per l’intervento del Consiglio di sicurezza.
Ma nonostante l’apparente inerzia di Pechino, i diplomatici stranieri nel paese ritengono che la Cina cercherà di fare pressioni sui militari birmani per impedire che si ripeta il massacro del 1988, quando l’esercito uccise 3mila dimostranti durante una manifestazione pacifica.
”La posta in gioco è troppo alta per la Cina”, ha osservato un diplomatico occidentale. “Sono stati criticati per essere rimasti troppo a lungo passivi in Sudan, e non vogliono avere un’altra crisi del Darfur sulla soglia di casa”.
L’avvicinarsi delle Olimpiadi 2008 di Pechino ha puntato l’attenzione internazionale sulla Cina, e i suoi leader sono riluttanti a veder sprecati i preparativi per la possibile associazione con il massacro in Birmania, che qualcuno sta già chiamando il “Darfur asiatico”.
Negli incontri con i leader birmani lo scorso mese, i diplomatici cinesi erano stati stranamente sinceri sulla possibilità di una repressione violenta delle proteste pacifiche che si stavano preparando a Rangoon e in altre città.
”La Cina, come vicino amico del Myanmar (il nome ufficiale della Birmania adottato dalla giunta), spera sinceramente che il Myanmar riuscirà a ripristinare la sua stabilità interna al più presto, a gestire le difficoltà in modo adeguato e a promuovere attivamente la riconciliazione nazionale”, ha riportato l’agenzia Xinhua News citando le parole del consigliere di stato Tang Jiaxuan nella sua visita al leader della giunta, il generale Than Shwe.