SAN FRANCISCO, California, 18 novembre 2006 (IPS) – Il film più acclamato sulla guerra in Iraq esce questo mese nei cinema americani.
Il documentario “Iraq in Fragments”, del regista indipendente James Longley, ha vinto il premio per la migliore regia, cinematografia e editing nel prestigioso Sundance Film Festival all’inizio di quest’anno. Ha vinto anche diversi altri premi nei festival di Chicago, Cleveland, Tessalonica, e in quello di Human Rights Watch, a New York. Ciò che distingue “Iraq in Fragments” da tutti gli altri servizi giornalistici sull’Iraq è che non affronta il tema della guerra direttamente. I soldati Usa si ritrovano a margine del film, così come i politici iracheni, i ribelli baathisti e i terroristi di al Qaeda.
Invece, gli spettatori vengono trasportati all’interno della cultura irachena, e della vita quotidiana sotto l’occupazione. Una bella cinematografia, che conduce nei posti più diversi come scuole, negozi di barbieri, rivenditori d’auto, moschee, mercati e stazioni ferroviarie. Nel suo diario di produzione del film, Longley racconta del suo viaggio in Iraq subito dopo la caduta di Saddam Hussein, nel 2003. “Potevo filmare qualunque cosa, se riuscivo a restare in vita”, scrive; non c’era nessuna sorveglianza del governo né particolari restrizioni sul visto. “Pensavo di avere circa un anno di tempo prima del nuovo governo autoritario al potere, o prima che l’Iraq precipitasse in una guerra civile e diventasse un luogo troppo pericoloso dove lavorare. Dovevo girare il mio film prima che fosse troppo tardi”.
Un reporter ha vissuto con Longley in Iraq per qualche mese, nei due anni di riprese, e a volte si chiedeva che tipo di film sarebbe venuto fuori. Giorno dopo giorno, inseguiva le notizie sugli ultimi accadimenti e Longley si precipitava fuori per riprendere le persone: un lavoratore minorenne in un concessionario d’automobili di Baghdad, il capo di uno dei movimenti sciita di Sadr nel sud dell’Iraq, una famiglia di piccoli agricoltori nel Kurdistan iracheno.
Non mancano, tuttavia, accenni ai risvolti della politica Usa in Iraq, in particolare nel ritratto 'familiare' del movimento del leader radicale sciita Muqtada al-Sadr, che ha combattuto dentro e fuori contro l’esercito Usa negli ultimi due anni. Come il presidente George W. Bush, la presidente della Camera dei rappresentanti Usa appena nominata, la democratica Nancy Pelosi, ha fatto del “disarmo delle milizie” un punto fondamentale della sua politica in Iraq. “Le milizie in Iraq esistono a causa del vuoto di potere, perché non c’è nessun governo centrale effettivo”, ha detto Longley all’IPS. “E non c’è nessun governo centrale effettivo perché la presenza degli Stati Uniti sta dividendo il paese politicamente, ed è impossibile formare un governo nazionale finché gli Usa rimangono qui”. Nel suo film, Longley si sofferma sul movimento Sadr a Nassiriya, e in particolare sul leader locale, lo sceicco Aws al-Kafajji. “Hanno risucchiato la nostra ricchezza e controllato le nostre menti, e poi ci accusano di essere terroristi. Dov’è il denaro che stanno sperperando? E dove sono i rifornimenti alimentari?”, predica lo sceicco alla folta congregazione in ascolto. “Ci accusano della mancanza di sicurezza! Ma in nome di Dio, si vedono tantissimi autocarri che vengono da tutte le parti, e tutti trasportano rifornimenti per gli americani, trasportano armi per le forze di sicurezza… È una vergogna pensare ancora che la forza d’occupazione possa avere a cuore gli interessi iracheni”. Così come l’intero film “Iraq in Fragments”, la descrizione che Longley fa del movimento di Sadr è profonda e obiettiva. Quando l’esercito Usa nomina un governo locale, lo sceicco Aws tenta di organizzare delle elezioni rappresentative per promuovere la democrazia e l’autodeterminazione. Invia poi alcune pattuglie delle sue milizie Mehdi a picchiare degli uomini d’affari locali che si presume abbiano venduto alcol, e li riporta nell’ufficio di Sadr. “Saddam ha sradicato la mia famiglia – adesso sono solo! Come potrò ancora avere dei legami? Nemmeno Dio potrebbe accettarlo”, lamenta uno dei prigionieri del movimento Sadr. Una donna con indosso il tradizionale abaya nero aspetta fuori per vedere il marito: “Voglio solo incontrarlo un attimo”, implora ad una guardia. “State trattenendo la gente”.
“Stiamo vivendo tempi difficili in questa città”, ammette lo sceicco Aws più tardi. “Potremo vivere o morire. Vogliamo chiudere ogni porta di depravazione aperta dall’America. E siamo sicuri che l’America sta preparando la nostra punizione”. L’ultima parte del film è ambientata nel nord curdo dell'Iraq, lontano dalle violenze che caratterizzano gran parte dell’occupazione. I ragazzi vanno a scuola senza troppe difficoltà, anche se vivono ancora con poca elettricità. Qui, il fumo che sale come una colonna nel cielo non viene dalla guerra, ma dalla bruciatura degli scarti agricoli. “È scritto nel Corano che se resteremo vivi, vedremo che ogni luogo toccato dalla luce del sole sarà governato dall’Islam”, dice un anziano agricoltore di Kureton, vicino Arbil. L’uomo spera che, come per gli ebrei e Israele, alla fine i curdi avranno un loro stato indipendente” “Dicono che i curdi sono blasfemi”, prosegue. “Che hanno portato gli americani in Iraq. Ma se c’è ancora una religione, questa è fra i curdi”.
”Iraq in fragments” è un film che oggi non potrebbe più essere girato. Lo stato della sicurezza in tutto il paese si è deteriorata a tal punto che non è più possibile vedere civili con una telecamera. Probabilmente, ogni giornalista straniero in Iraq è ‘embedded’, al seguito dell’esercito Usa”. Lo sguardo sull'Iraq del film di Longley non è lo stesso dei notiziari della sera, ed è questo che lo rende così importante. (* Il corrispondente Aaron Glantz è autore del libro “How America Lost Iraq”)