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INDIGENI-MESSICO: Restano poveri i popoli indigeni

CITTA’ DEL MESSICO, 10 gennaio 2006 (IPS) – Circa 13 milioni di indigeni messicani, gran parte dei quali sono poveri, analfabeti e lavorano senza essere pagati, hanno cominciato il 2006 assistendo per l’ennesima volta alle promesse del governo, e presenziando una campagna sui generis della guerriglia zapatista in favore dei loro diritti.
Il 1° gennaio, il subcomandante Marcos, leader dell’Esercito zapatista di liberazione nazionale (EZLN), ha lasciato i suoi rifugi tra le montagne dello stato meridionale del Chiapas, alla frontiera col Guatemala, per partire in motocicletta e intraprendere, insieme ad altri leader, un percorso di sei mesi per il paese, in cerca di alleati della “mera” (vera) sinistra.

Da parte sua il presidente Vicente Fox, da cui Marcos non ha mai accettato l’invito a negoziare, ha fatto visita a un sacerdote dell’etnia huichol per ricevere una “limpia” (purificazione spirituale) e iniziare un viaggio di una settimana, a partire dal 3 gennaio, per le zone remote del territorio e offrire aiuto ai “fratelli e sorelle” indigeni.

La povertà degli indigeni è rimasta più o meno inalterata da prima che irrompesse la guerriglia zapatista, nel gennaio 1994, e non è variata nemmeno con la nomina di Fox nel 2000, il primo presidente non appartenente al Partito rivoluzionario istituzionale (PRI) dopo 70 anni.

Tuttavia, la questione indigena è diventata un tema centrale di dibattito nello scenario politico. Ciò viene attribuito dagli osservatori e dallo stesso governo Fox alla presenza dell’EZLN, che sin dalle sue prime manifestazioni ha domandato giustizia e rispetto per i popoli originari.

Nel 1996, dopo diverse serie di negoziati di pace con il governo di Ernesto Zedillo (1994-2000), le parti firmarono un accordo su diritti e cultura indigena che, nel 2001, e dopo una visita dei dirigenti dell’EZLN nella capitale, i legislatori tradussero in riforme costituzionali.

Ma l’EZLN ritenne insufficiente la portata di tali riforme, che concedevano diritti di autonomia limitati alle etnie, mentre il governo ne riconobbe i limiti, ma sostenne che quei cambiamenti fossero il massimo che si potesse ottenere nei negoziati con i legislatori.

“Non vedo nessun cambiamento (nella situazione dei popoli autoctoni), io sono qui come sempre, come mi vede, povera”, ha raccontato all’IPS la quarantacinquenne Estela Marín, che ogni giorno percorre una zona residenziale della capitale con due figli piccoli per chiedere soldi ai passanti.

Ci sono migliaia di indigeni che migrano verso le città per vendere chincaglierie per la strada, fare l’elemosina, lavorare come collaboratori domestici o per prostituirsi.

Nelle campagne ne rimangono intrappolati milioni nella povertà, un po mitigata quando viene un presidente in visita, come sta facendo adesso Fox, per inaugurare una qualche opera di infrastruttura e sostegni per la salute e l’educazione.

In Chiapas, dove l’EZLN ha combattuto l’Esercito fino alla seconda settimana del 1994, quando il governo del presidente Carlos Salinas (1988-1994) dichiarò un fermo unilaterale delle ostilità, la povert persiste nonostante i programmi sociali governativi e nonostante il lavoro di assistenza delle organizzazioni non governative (Ong).

Tra il 1990 e il 2004, la povertà calcolata in base al numero di persone che ricevono meno di 250 dollari al mese, è aumentata in Chiapas dal 20,5 al 27,8 per cento, secondo una ricerca del Centro Studi della Camera dei deputati di Città del Messico.

“Il Chiapas è ancora la regione con il più alto grado di emarginazione e il più basso indice di sviluppo umano del paese”, sostiene il documento.

L’EZLN chiede giustizia per i popoli originari e rispetto per la loro cultura e le diverse forme di organizzazione. I suoi leader hanno cominciato il 1° gennaio, senza armi e col consenso del governo, un percorso lungo il territorio messicano per cercare alleati e definire con loro un “nuovo progetto di paese”.

I guerriglieri, di evidente origine indigena, sostengono di non essere interessati alla campagna elettorale per i comizi presidenziali di luglio 2006, che coincide con gli sviluppi del loro percorso.

“Anche se l’EZLN non rappresenta tutti gli indigeni, ciò che si propone raccoglie le loro aspirazioni e speriamo che abbia successo nella sua nuova iniziativa”, ha detto all’IPS Antonio Meléndez, coordinatore dell’Ong Desarrollo Económico y Social de los Mexicanos Indígenas, che lavora con i nativi del Chiapas sin dal 1969.

La Commissione nazionale governativa per lo sviluppo dei popoli indigeni stima che in Messico ci siano circa 13 milioni di indigeni su una popolazione nazionale di 106,9 milioni di persone.

Sono gli eredi delle grandi culture spazzate via dall’occupazione spagnola iniziata nel XVI secolo in quello che oggi è il Messico, diseredati sin da allora.

Secondo i documenti della Commissione, ogni 100 indigeni che lavorano in Messico, 25 non ricevono nessun salario e 56 hanno entrate inferiori a 250 dollari al mese.

Tra la popolazione indigena di almeno 15 anni, il 25 per cento non sa leggere né scrivere; una percentuale che sale a 32 tra le donne.

Il trentanove per cento degli indigeni dai cinque ai 24 anni non va a scuola, e il maggiore svantaggio è per la popolazione femminile, poiché quasi 42 donne su 100 sono escluse dal sistema educativo.

Quasi metà degli indigeni vive in case con pavimenti di terra, e nove su dieci non hanno una stanza adibita esclusivamente a cucina. Nel 40 per cento di queste abitazioni manca l’acqua potabile.

Il governo di Fox calcola che, nei sei anni della sua presidenza che terminerà a dicembre 2007, avrà speso intorno a un miliardo di dollari in infrastrutture per le popolazioni indigene, compreso acqua potabile, strade, case e sistema elettrico.

Mai un governo messicano aveva sostenuto tanto i popoli indigeni, ha proclamato il rappresentante all’inizio del suo viaggio.

“L’attuale presidente non ha fatto niente di straordinario per gli indigeni, il suo appoggio e le sue promesse sono simili a quelli degli altri governi in passato”, ha affermato Meléndez.

Lo studio della Banca mondiale intitolato “Popoli indigeni, povertà e sviluppo umano in America Latina: 1994-2004” segnala che tra la popolazione nativa messicana, la povertà è diminuita in modo assai lieve nel periodo 1992-2002, passando dal 90 all’89,7 per cento.

Secondo il documento, nel 2002 un abitante di un municipio a maggioranza indigena in Messico aveva un reddito equivalente ad appena il 26 per cento rispetto ad un residente in un distretto non indigeno.

Nelle zone indigene, la speranza di vita è di 64 anni e la mortalit infantile di 41 ogni 1000 nati vivi. In quelle non indigene, si vive in media 68 anni e si registrano 24 morti infantili ogni mille nascite.

“Io non so bene” di questi percorsi degli zapatisti e del governo, ma so che “qui siamo poveri come sempre e nessuno ci aiuta”, ha detto l’indigena Marín, che sopravvive con i soldi che le donano per le strade della capitale.(FINE/2006)