PENANG, 28 ottobre 2005 (IPS) – Gli attivisti popolari in Malesia stanno protestando contro le politiche economiche a favore delle società, che lascerebbero in secondo piano questioni importanti relative ai cittadini meno abbienti.
Gli attivisti temono che una rallentamento economico globale renderebbe vulnerabile l’economia aperta della Malesia – diciottesima nazione al mondo nella classifica commerciale – lasciando i poveri senza alcun supporto. Chiedono al governo di combattere l’inflazione e opporsi alle ingiustizie fiscali, assicurare una sanità e alloggi accessibili, introdurre un sistema di previdenza sociale che comprenda un salario minimo, ed esercitare una gestione finanziaria prudente.
A capo della protesta, la Oppressed People’s Network, nota con il suo acronimo malese JERIT, che significa “grido” o “urlo”. La rete raccoglie gruppi che rappresentano i lavoratori delle fabbriche e delle piantagioni, studenti attivisti, pionieri urbani, agricoltori e comunità indigene.
Sostenuto dai principali gruppi per i diritti umani del paese, e da un cartello di partiti dell’opposizione e sindacati, JERIT chiede al primo ministro Abdullah Badawi, che è anche ministro delle finanze, di riesaminare il suo ultimo preventivo di bilancio, presentato in parlamento il 30 settembre.
Gli attivisti si sono detti preoccupati della crescita dell’inflazione in conseguenza dell’aumento di prezzo del carburante e, reclamando concrete politiche di controllo dell’inflazione, in particolare sui beni di prima necessità, chiedono al governo di combattere le dilaganti disparità fiscali nel paese.
Nel suo preventivo, il governo ha annunciato una speciale indennità di carovita per circa un milione di impiegati governativi e un sgravio fiscale per le società, che oggi possono compensare le perdite in vista di profitti realizzati da altre compagnie dello stesso gruppo.
La soddisfazione dei dipendenti del settore privato è stata invece minima: molti di loro lottano per arrivare alla fine del mese, con salari e bonus congelati e spesso tagliati. “Il governo ha del tutto ignorato il destino di questi 9 milioni di lavoratori”, ha detto all’IPS Rani Rasiah, coordinatore di JERIT. “Pur riconoscendo la necessità di un’indennità di carovita, non ha fatto nulla per assicurare a TUTTI i lavoratori qualche sussidio o indennità”.
Nonostante il reddito annuo pro capite dei malesi sia salito a 17.741 RM (4730 dollari), circa il 76 per cento dei cittadini devono far fronte a un reddito familiare inferiore a 3000 RM (800 dollari), mentre il 25 per cento guadagna meno di 1000 RM (266 dollari). Di fatto, con l’evidente benessere del paese, l’ingiustizia individuale in Malesia è tra le peggiori della regione.
Sindacalisti e altri gruppi hanno chiesto con insistenza l’introduzione di un salario minimo, stabilendo una soglia di 900 RM (240 dollari) al mese e si sono opposti alla privatizzazione dei sevizi essenziali, come sanità e fornitura dell’acqua.
”Questo preventivo (di bilancio) non risponde ai bisogni di base, soprattutto del 10 per cento più povero della popolazione”, sostiene Charles Santiago, coordinatore della Coalizione contro la privatizzazione dell’acqua. L’attivista fa notare che i salari reali di molti malesi sembrano essere diminuiti, in particolare con la crescita dell’indice dei prezzi al consumo.
La sanità è tra le preoccupazioni più vive. In particolare, la rete chiede una copertura sanitaria globale per tutti i malesi, e alloggi comodi e accessibili per la classe a reddito più basso.
Gli attivisti temono le conseguenze del progetto governativo di promuovere il “turismo sanitario” in circa 50 cliniche private, per attrarre stranieri a godere dei servizi sanitari a basso costo offerti dal paese, prevedendo che ciò potrebbe trasformare la sanità in un prodotto, e giovare alle cliniche private a discapito degli ospedali pubblici.
”Se ne avvantaggeranno i ricchi e coloro che sono già ben assistiti”, afferma il medico generico T Jayabalan, membro del comitato direttivo della Coalizione contro la privatizzazione della sanità. “Anche i medici ne trarranno beneficio, e chiunque sia coinvolto nel business della sanità, ma non il pubblico, perché il turismo sanitario consumerà la disponibilità delle infrastrutture”.
Il richiamo dei salari più alti ha già scatenato un esodo di medici e specialisti verso il settore privato, creando oltre 6000 posti vacanti negli ospedali pubblici, rivela Jayabalan. Oggi, solo il 25 per cento degli specialisti del paese rimane nella sanità pubblica, lottando con il 75 per cento di pazienti che vanno in queste strutture alla ricerca di una sanità accessibile.
Gli attivisti vogliono che il governo aumenti la sua spesa destinata alla sanità dal 2 per cento del Prodotto interno lordo ad almeno il 5-6 per cento, in linea con le indicazioni dell’Organizzazione mondiale della sanità. Il basso budget ha lasciato i pazienti ad accollarsi il costo di articoli come placche e viti ortopediche e a dover affrontare lunghe code per trattamenti specialistici.
La rete, d’altro canto, ha dato il benvenuto al piano di governo che assegna al settore agricolo circa 75 milioni di dollari, nel tentativo di sconfiggere l’importazione di cibo e promuovere una maggiore sicurezza alimentare. Tuttavia, gli attivisti temono che il finanziamento beneficerà principalmente le grandi società agricole – piuttosto che il milione e passa di piccoli agricoltori e allevatori, molti dei quali senza terra.
Quanto agli alloggi, la rete è soddisfatta dei piani governativo per costruire 21.600 case a basso costo nel 2006, anche se si è detta preoccupata perché, in passato, era stato realizzato solo il 30 per cento circa del numero di abitazioni previste: il settore privato era molto restio a impegnarsi per via dei bassi margini di profitto di questa edilizia. Peggio ancora, la tendenza è di costruire case a basso costo molto piccole, con un spazio calpestabile di circa 75 metri quadri, appena sufficiente per una famiglia, e senza strutture ricreative adeguate.
Il gruppo chiede inoltre al governo di riconoscere le comunità di senza tetto dimenticati (“pionieri urbani”) come villaggi tradizionali e di dar loro tutte le infrastrutture fondamentali, invitando la Malesia a rispettare il diritto alla casa e ad interrompere gli sfratti forzati e le demolizioni delle abitazioni precarie.
Secondo gli attivisti, se il governo saprà reprimere abuso di potere e corruzione, ci sarà più disponibilità di fondi per progetti utili alla popolazione. I gruppi sollecitano maggiori poteri e finanziamenti per enti come l’Agenzia anticorruzione, la Commissione malese per i diritti umani (Suhakam) e la Commissione indipendente per le denunce sulla polizia, in modo che possano agire più efficacemente.
Chiedono inoltre la revisione di progetti controversi, come quello da 6.1 miliardi di RM (1,6 miliardi di dollari) per la rete idroelettrica di Bakun in Sarawak, e che il denaro destinato ai progetti aiuti veramente le comunità popolari.
JERIT sta inoltre sollecitando un sistema di previdenza sociale per i colletti blu, particolarmente vulnerabili a ristrutturazioni aziendali ,senza sussidi in tempi di recessione. “Il futuro dei lavoratori non migliorerà”, ha dichiarato Rani. “Vedremo ristrutturazioni sempre maggiori – se ne parla molto e qui stanno già arrivando”.
In particolare, vorrebbero vedere l’istituzione di uno speciale Fondo ristrutturazioni, finanziato con un piccolo contributo degli impiegati, e di un Fondo speciale per l’alloggio, per l’assistenza alavoratori che, a causa delle ristrutturazioni, hanno problemi nella restituzione dei mutui per la casa. Tali fondi, sostengono gli attivisti, potrebbero essere finanziati dai guadagni della società petrolifera nazionale, Petronas, che appartiene di diritto a tutti i cittadini malesi.