LISBONA, 23 luglio 2005 (IPS) – Africani che non hanno mai vissuto né viaggiato in Africa, brasiliani che conoscono il loro paese solo dalla televisione e dai racconti dei genitori: sono i cosiddetti “immigrati di seconda e terza generazione”. Sono nati e cresciuti in Portogallo, ma rimangono degli stranieri.
Sono soprattutto figli e nipoti dei lavoratori di paesi di lingua lusitana come l’Angola, il Brasile, Capo Verde, Guinea-Bissau, Mozambico, Sao Tomé e Principe e Timor est, ai quali si sono aggiunti negli ultimi anni gli immigrati di Ucraina e Moldavia.
Il Portogallo è l’unico paese che conoscono, ma sono stranieri nella terra che li ha visti nascere, e contraddicono la premessa storica del governatore dell’Impero portoghese in Oriente nel secolo XVI, Don Afonso de Albuquerque: “Il meticciato è il dizionario privilegiato della nostra cultura”.
“La cittadinanza non è solo un dettaglio. Essere straniero nell’unico paese che si conosce genera conflitti di identità”, avverte l’analista Alexandra Correia nel suo studio “Figli di una patria minore”, pubblicato a metà luglio dalla rivista portoghese Visão, in coincidenza con l’annuncio del governo socialista di una riforma della legge di nazionalità.
La legge attuale si basa sul principio dello “jus sanguini” (diritto del sangue, dal latino), che conferisce la nazionalità in base ai genitori.
Il governo del primo ministro José Socrates, al governo da aprile, vuole introdurre lo “jus soli” (diritto del suolo), per gli immigrati di terza generazione, cioè quelli nati in Portogallo da genitori nati anch’essi qui, ma da progenitori stranieri.
Con questa misura, il governo vuole evitare che persone con un visto da turista facciano dei figli in Portogallo per i quali possano reclamare la cittadinanza portoghese, il che sarebbe “un invito all’immigrazione clandestina”, ha avvertito il ministro della Presidenza del Consiglio, Pedro Silva Pereira.
Oggi, “un passaporto non è solo portoghese, ma dell’Unione europea e dobbiamo assumerci questa responsabilità di fronte ai nostri partner”, ha aggiunto il ministro, dal cui portafoglio dipendono gli affari legati alla politica dell’immigrazione, mentre il controllo è di competenza del Ministero dell’Interno.
La riforma di legge si considera già approvata, visto che i socialisti hanno la maggioranza assoluta nel parlamento unicamerale di São Bento.
Silva Pereira spera che questo cambiamento “apporti un forte contributo per rafforzare l’integrazione, una questione di giustizia e di pace sociale”. Il funzionario ha spiegato che gli stessi diritti saranno estesi agli immigrati di seconda generazione, purché i genitori provengano da un paese di lingua portoghese e abbiano un permesso di residenza da almeno sei anni.
Per chi invece proviene da altri paesi, le trafile sono più complicate. Il termine minimo è di dieci anni di residenza legale, che si può ottenere dopo cinque anni di permesso di permanenza, una categoria intermedia creata all’inizio degli anni ’90 per controllare i grandi flussi migratori provenienti dall’Europa orientale.
Anche il governo cerca di accelerare le trafile in corso del Servizio stranieri e frontiere (SEF), come le richieste di permesso di residenza che talvolta richiedono tre anni, a causa di una burocrazia che “semina l’angoscia”, ha ammesso Silva Pereira.
Anche il SEF accumula ritardi nei procedimenti per le domande di nazionalità. Su quasi 5000 pratiche presentate nel 2004, meno della metà sono state concluse, sebbene la cifra appaia irrilevante di fronte ai 400.000 immigrati registrati che vivono in Portogallo.
La grande maggioranza delle domande proviene da immigrati luso-africani. Capo Verde è in cima alla lista, con 1790 domande, seguito da Guinea-Bissau, con 1654, Angola, con 475, Sto Tomé e Principe, 269 e Mozambico, con 109 domande di residenza.
I cittadini latinoamericani hanno presentato 338 domande di cittadinanza, di cui 293 provengono da brasiliani. Lo scarso numero è dovuto al fatto che buona parte dei 100.000 residenti di questo paese sudamericano sono figli o nipoti di portoghesi, il che dà loro diritto a ottenere la nazionalità lusitana con una semplice pratica che può richiedere da una settimana a un mese.
Nel progetto di legge che sarà presentato al parlamento nei prossimi giorni, i partiti della sinistra all’opposizione riconoscono dei progressi in materia di integrazione degli immigrati. Ma secondo il deputato comunista Antonio Filipe, “molti casi di seconda generazione non si risolveranno a causa dei criteri troppo rigidi” per le pratiche.
Mentre i comunisti difendono il “jus soli” per i figli di residenti del paese, il Blocco di sinistra (ex trotskista) va oltre, esigendo il diritto automatico alla nazionalità “di ogni individuo nato in Portogallo, indipendentemente dalla situazione dei genitori”.
I due partiti dell’opposizione di destra non si sono ancora pronunciati, in attesa dei rispettivi dibattiti interni, nei quali si prenderà in considerazione la situazione nel resto dell’Unione europea (Ue).
Nel blocco predomina il diritto di sangue, ma quattro dei 25 paesi hanno adottato il “jus soli” nel caso degli immigrati opportunamente registrati.
La Francia è il paese più aperto dell’Ue: per scegliere la nazionalità è sufficiente essere nati in territorio francese, o avervi risieduto cinque anni come immigrato e parlare la lingua nazionale.
In Germania, bambine e bambini possono acquisire la nazionalità se il padre o la madre hanno vissuto nel paese per almeno otto anni, se si sono integrati nella comunità e dominano la lingua. In Olanda, la nazionalità è automatica per la terza generazione; per la seconda, viene concessa dopo cinque anni di residenza nel paese, conoscenza della lingua e integrazione nella società.
La Spagna è la più flessibile con gli immigrati di alcuni paesi dell’America Latina, Portogallo e Filippine, che possono aspirare alla cittadinanza dopo due anni di residenza legale nel paese. La legge prevede inoltre che i figli di genitori ignoti o di apolidi ricevano automaticamente la nazionalità spagnola.